v o c e D o n n a
Castrocaro Terme e Terra del Sole
(Forlì)
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membro del Tavolo Permanente delle
Associazioni contro la Violenza alle Donne (Forlì)
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Se ci sarà un futuro sarà solo in base a quello che le donne sapranno fare. (Rita Levi Montalcini, socia onoraria di voceDonna) - --------------------------------------------------------------9 novembre 2011ilgeniodelledonne 23in redazione: carla grementieri LA NOSTRA LIBERAZIONE 9 novembre 1944, liberazione di Forlì; 11 novembre 1944, liberazione di Castrocaro Terme La Resistenza delle donne di Carla Grementieri Le partigiane forlivesi
Numerosissime altre donne forlivesi hanno partecipato sia come partigiane combattenti sia come attiviste e staffette alla lotta partigiana.Tra le partigiane combattenti mi piace ricordare l'intrepida Liliana Irma Vasumini di Forlì e la battagliera Giuseppina Nadia Venturini di Santa Sofia che mi hanno onorato della loro amicizia. Altri nomi illustri della Resistenza forlivese sono quelli di Ofelia Garoia e Tina Gori che, accoglievano nella loro case, nel centro storico di Forlì, partigiani, antifascisti ed alleati; le staffette Lia Schiavi e Bruna Solieri che subito dopo la Liberazione si adoperarono anche per riavviare asili e alloggi per i soldati. E ancora le indimenticabili Maria Graffiedi e Teresa Valmori, redattrici assieme ad Ofelia Garoia di “Noi donne. Edizione di Forlì”; la studentessa Wilma Angelici che scriveva articoli infuocati su “Scintilla” il giornale del Fronte della Gioventù e la dattilografa Cesarina Bassetti che contribuì a far uscire giornali e volantini; Alessandra Macori che falsificava documenti fu arrestata ed imprigionata; Olghina Guerra che salvò la vita a Luciano Lama e che per tutta la vita è stata in prima fila per difendere e trasmettere i valori della Resistenza soprattutto nelle scuole dove ho avuto il piacere di condividere qualche incontro; la staffetta Lucia Tupponi Benzoni sempre distintasi poi nelle tante battaglie ecologiche e l’impiegata postale Teresa Fanti di Portico di Romagna che col suo telegrafo rese possibile i collegamenti tra le varie formazioni partigiane operative tra la Toscana e la Romagna. La staffetta Maria Bondi che arrestata e seviziata fino alla perdita dei sensi dichiarò poi : “Nonostante il male ero orgogliosa che non erano riusciti a farmi parlare”.
Notizie tratte dal libro "Iris Versari e la Resistenza delle Donne" di Carla Grementieri. Vespignani Editore, 2004 LE DONNE DELLA RESISTENZA
(tratto da “Iris Versari e la Resistenza delle donne” di Carla Grementieri. Vespignani Editore, 2004).
Le Donne
nella Resistenza nell’allora provincia
Le Donne
nella Resistenza in Emilia-Romagna
23 ottobre 2011ilgeniodelledonne 22in redazione: annalisa crociani, carla grementieri 23ottobre: open day biblioteche voceDonna presenta DONNE IN MOVIMENTO: dal Risorgimento alla Resistenza Immagini, parole e letture con Annalisa Crociani, Carla Grementieri, Sabina Spazzoli Biblioteca Comunale Castrocaro Terme. ore 16.30 ------------------------------------ di Carla Grementieri Donne, appassionate interpreti del processo di indipendenza, che hanno pagato per l’idea di un’Italia libera e unita con i loro denari, con la galera, con la requisizione dei beni, con la perdita del marito o dei figli. Donne che non esitarono ad essere in prima fila nelle manifestazioni, nelle insurrezioni, nelle battaglie, dove imbracciarono le armi, furono ferite, fatte prigioniere e anche uccise. Donne che organizzarono ospedali, curarono i feriti ma fondarono anche giornali, scrissero versi e drammi inneggianti l’Unità e crearono esperienze più libere e umane nelle carceri o nelle case di tolleranza. Donne che volevano costruirsi un proprio stile di vita e infrangere lo stereotipo ottocentesco in cui la donna (nella poesia, nell’arte, nella letteratura) era rappresentata romanticamente in case ammantate di velluti cremisi con uno scialle sulle spalle e con un libro di poesie fra le mani. Donne forti e coraggiose che hanno creduto in valori ed ideali in un periodo storico, l’Ottocento, fondamentale per l’Europa e per l’Unità d’Italia, al quale Il Risorgimento delle Donne ha dato contributi fondamentali con il proselitismo, i giornali, la poesia, la drammaturgia, la lotta armata, l’assistenza ai feriti, frammisti ad aneliti di emancipazione. Le donne dell’Ottocento, infatti, hanno iniziato un difficile e lungo processo di cambiamento che ha portato ad una trasformazione dell’intera società e a un diverso rapporto tra i generi in un percorso difficile e tormentato oscurato dal ventennio fascista e ripreso con vigore durante la Resistenza dove il contributo delle donne fu fondamentale. (Tratto da “Il Risorgimento delle donne” di Carla Grementieri. Risguardi Edizioni, 2011). Donne che offrirono anche la propria vita per i loro ideali di libertà come la forlivese Iris Versari, una delle 19 donne medaglia d’oro al valor militare della Resistenza. Dopo l’8 settembre del ‘43 la donna si inserisce nel movimento clandestino e la sua partecipazione attiva è, in molti casi, determinante. La donna combatte la sua lotta per la libertà in tutte le maniere possibili: agisce tra le mura domestiche per salvare figli o mariti dagli arresti e dalle deportazioni; opera all’interno degli ospedali con delicati compiti di collegamento; diventa un punto di riferimento dei prigionieri fuggiaschi, sia italiani sia alleati, per un loro inserimento nella lotta clandestina. Lotta nelle città, nei paesi e nelle campagne come nei monasteri e nelle carceri dove rifocilla, consola; procura e distribuisce armi, vestiti, cibo, medicinali e munizioni. E’ ferita, torturata, uccisa, fucilata, impiccata oppure, per non essere di ostacolo ai compagni di lotta, si uccide per non cadere viva in mano al nemico. Tutto questo e altro fu la Resistenza delle donne… Si vuole rendere merito a tutte quelle donne, decise, forti, coraggiose che, credendo fermamente nei valori di libertà e giustizia, hanno avversato per anni, con piccoli e grandi gesti e con determinazione, un regime di diritti negati e libertà represse. (tratto da “Iris Versari e la Resistenza delle donne” di Carla Grementieri. Vespignani Editore, 2004). Tra le donne forlivesi, patriote e partigiane sono da ricordare tra Risorgimento e Resistenza la popolana Teresa Cattani Scardi di Forlì, patriota combattente, la vivandiera Angela Cerotti di Bertinoro, la letterata e drammaturga Ifigenia Gervasi Zauli Saiani, la nobile e colta Maria Romagnoli Saffi, la coltissima scozzese ma forlivese d’adozione, Giorgina Craufurd Saffi, le sorelle Basini vivandiere a seguito dei loro fratelli, la poeta patriota Teodolinda Franceschi Pignocchi, nata a Civitella di Romagna assieme alle eroine del secondo Risorgimento, cioè le eroine forlivesi della Resistenza. La già citata Iris Versari nata a San Benedetto, Ofelia Garoia, Maria Graffiedi, Liliana Vasumini, Lia Schiavi, Tina Gori, Olghina Guerra, Lucia Benzoni Tupponi, Nadia Venturini di Santa Sofia e poi Tonina Laghi, Evelina e Olga Zanelli, Fernanda Missiroli, Ida Valbonesi, Amalia Geminiani… e tutte quelle centinaia, migliaia di donne sconosciute che hanno combattuto il fascismo prima e i tedeschi poi credendo fermamente in un’alba di Liberazione. Il cinema del Risorgimento e della Resistenza di Annalisa Crociani e Carla GrementieriSchizofrenia. È dalla psichiatria che bisogna rubare questo termine per parlare dei due diversi e diametralmente opposti modi per rappresentare il Risorgimento al cinema. Si va da pellicole che fanno di Garibaldi l’eroe indiscusso dei due mondi, il paladino della libertà e della liberazione italiana e via discorrendo, a film che descrivono quelle che i più hanno definito “grandi gesta”, come alcune delle pagine più oscure della storia dell’unità d’Italia. Rossellini, “Viva l’Italia”, rientra a pieno titolo nella categoria dei cineasti che hanno fatto di Garibaldi una sorta di Messia umanizzato e sofferente. Lo stesso si può dire per “Camicie rosse” di Goffredo Alessandrini che compie, con malcelato compiacimento, una sorta di santificazione di Anita Garibaldi, che riesce a sovrastare la figura del consorte. È sufficiente il titolo di questa pellicola per scoprire l’altra faccia del Risorgimento: “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato”. Il film di Florestano Vancini è del 1972. L’eco del ‘68 si sentiva ancora nitida, esattamente come nella pellicola, che tesa dall’inizio alla fine a dimostrare l’incontrovertibile verità antigaribaldina, resta un indiscusso esempio di controtendenza nella cinematografia dedicata al Risorgimento. E le donne? L’unica che ha tentato di lasciare una sua traccia in merito è Lina Wertmuller con il suo “Ferdinando e Carolina” con il quale ha evitato l’empasse del dover prendere una posizione, scrivendo una sceneggiatura basata sulla storia d’amore e sesso fra i due sovrani Borbone, quindi per giunta in epoca pre-rivoluzionaria. Un’altra donna: in “Camicie rosse” un’efficace Anna Magnani veste i panni della tenace Anita Garibaldi. Da ultimo è stato sempre un uomo a parlarci del suo punto di vista sul Risorgimento: Mario Martone con “Noi Credevamo”. Neppure l’ardita Cavani ha mai affrontato l’argomento. Periodo storico noioso o indigesto? Difficoltà nel prendere una posizione precisa? Il Risorgimento è assai controverso ma è giunta l’ora che anche una voce femminile dica la sua e ci offra uno sguardo finalmente diverso su questa complessa parte di storia che, volenti o nolenti, ha cambiato i nostri destini- Quasi tutti i registi uomini, noti e meno noti, bravi e meno bravi, si sono confrontati nel corso degli anni con la Resistenza mentre una sola cineasta donna, Liliana Cavani, ha girato nel 1965 “La donna nella Resistenza” un documentario sull'importanza dell’universo femminile nella Resistenza con interviste a Germana Boldrini, Norma Barbolini, Adriana Locatelli, Gilda Larocca, Tosca Bucarelli, Marcella Monaco, Maria Giraudo, Suor Gaetana del carcere di Santa Verdiana. Vittorio de Sica, maestro indiscusso del neorealismo italiano, impose invece sul grande schermo una storia che narrava la terribile esperienza dello stupro. “La ciociara” entra nelle sale cinematografiche italiane con prepotenza e senza mezzi termini nel 1960. La scena nella quale Cesira, interpretata da una appena ventiseienne Sofia Loren, e Rosetta, la figlia appena tredicenne, vengono violentate da un gruppo di soldati marocchini rimarrà per sempre negli annali del cinema. “L'Agnese va a morire”, il film di Giuliano Montaldo, tratto dal romanzo di Renata Viganò, rende omaggio ad una lavandaia della bassa Emilia, che vive silenziosamente accanto al marito, immobilizzato nel fisico ma marxista indomito. Quando i tedeschi lo portano via, Agnese diventa partigiana. Nel film “Corbari” il regista Valentino Orsini invece stravolge e sminuisce completamente la figura della partigiana combattente Iris Versari, medaglia d’oro della Resistenza. E per finire questo breve excursus come non citare il capolavoro del neorealismo “Roma città aperta” di Rossellini (1945) con l’interpretazione di una splendida Anna Magnani che acquisirà fama mondiale e conquisterà l’Oscar nel ’56 come la prima interprete italiana nella storia degli Academy Awards per l'interpretazione di Serafina Delle Rose nel film “ La rosa tatuata” .
8 marzo 2011ilgeniodelledonne 21in redazione: annalisa crociani, carla grementieri 8 marzo: Giornata Internazionale della Donna 8 marzo 2003 - 8 marzo 201 1voceDonna spegne 8 candeline
Questa data si lega strettamente alla storia del movimento per i diritti femminili, ma anche alle lotte operaie. Ce lo dimostrano le varie ipotesi sulla genesi della celebrazione. La questione è alquanto controversa e sembra proprio che la versione che tutti conosciamo, quella legata all'incendio divampato in un opificio di Chicago nel 1908, sia più una leggenda che una verità, anche perché appare strano che i giornali americani dell’epoca non abbiano riportano alcuna notizia sul luttuoso episodio. Versione 1 (la più diffusa) : 129 operaie tessili di un opificio, occupato nel corso di uno sciopero, morirono bruciate vive nel 1908 a Chicago. Versione 2: altre fonti risalgono al 1857 quando a New York centinaia di operaie tessili sarebbero scese in sciopero contro i bassi salari, il lungo orario di lavoro, il lavoro minorile e le inumani condizioni di lavoro. La polizia avrebbe duramente represso lo sciopero. Versione 3: uno sciopero del 1908 cui, sempre a New York, parteciparono molte migliaia (alcuni parlano di 30.000) di lavoratrici tessili. Versione 4: il 3 maggio 1908 al Garrick Theater di Chicago doveva tenersi la solita conferenza domenicale delle donne socialiste. Quel giorno il conferenziere non si presentò. Senza perdersi d'animo, le donne organizzarono la prima Giornata della donna che ottenne una tale risonanza da far decidere di riservare l'ultima domenica di febbraio del 1909 per una manifestazione del diritto al voto femminile. E quella domenica del 1909 divenne il Giorno della Donna. Nel 1910 le socialiste americane proposero a Copenhagen, per la Seconda conferenza internazionale dei partiti socialisti, l'istituzione di questa famosa giornata da fissare nell'ultima domenica di febbraio. In quella sede fu proposto il diritto universale al voto e il riconoscimento dell’indennità di gestazione anche per le donne non sposate. Fu la delegata tedesca del partito socialdemocratico Clara Zetkin a proporre una data per una giornata internazionale della donna. Versione 5: l'8 marzo fu una scelta dovuta a un piccolo fatto accaduto in Russia. Il 23 febbraio del 1917, a S. Pietroburgo, sempre in occasione della Giornata della donna per le strade sfilarono operaie e mogli di operai, chiedendo pane per i figli e il ritorno degli uomini dal fronte. Il 14 giugno 1921, le donne comuniste riunite a Mosca per la Seconda conferenza internazionale, decisero di scegliere l'8 marzo come giornata internazionale dell'operaia, in ricordo delle donne che sfilarono nel 1917 contro la tirannia zarista. In Italia: oltre al tentativo del 1° maggio 1913, ce ne fu un altro il 12 marzo del 1922, ma la cosa finì lì perché il ventennio fascista stava per cominciare. Dal 1945 la ricorrenza è entrata nel calendario e nella tradizione grazie all'iniziativa dell'Unione donne italiane (di sinistra) che l'8 marzo si radunarono al liceo Visconti di Roma insieme alle cattoliche del Centro italiano femminile, alle vedove, alle partigiane e alle sindacaliste. Tutte insieme approvarono una Carta della Donna nella quale si chiedeva la parità con l'uomo. Dal 1946, la ricorrenza fu festeggiata tutti gli anni, in tutta Italia e nel mondo che riconosce, o dice di riconoscere, i diritti delle donne. NEL 1997 L’UNESCO HA PROCLAMATO L’8 MARZO GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA.
Popolazione italiana: 51,5% donne; 48.5% uomini Parlamento: 20,3 % donne; 79,7% uomini Assemblee regionali: 12% donne; 88% uomini Amministratori locali: 18.7% donne; 81,3% uomini Titolari di contratti a termine: donne 70%; uomini 30% Occupazione femminile: penultime in Europa solo prima di Malta. CdA delle aziende “top ten” italiane quotate in Piazza Affari: donne 5,45%; uomini 94,55% (8 donne su 139 uomini) ENI: 0 donne ; 21 uomini UNICREDIT: 2 donne; 22 uomini ENEL: 0 donne ; 9 uomini INTESA S. PAOLO ( consiglio di gestione) 0 donne; 9 uomini INTESA S. PAOLO ( consiglio di sorveglianza): 2 donne; 17 uomini GENERALI: 2 donne; 17 uomini TENARIS: 0 donne; 10 uomini TELECOM ITALIA: 0 donne; 15 uomini SNAM RETE GAS: 1 donna; 8 uomini SAIPEM: 1 donna; 8 uomini FIAT: 0 donne; 15 uomini La media europea Ue 27 della presenza delle donne nei CdA è del 12% e l’Italia (5%) è seguita solo da Malta, Cipro; Lussemburgo e Portogallo-Anche se si arrivasse al 10% vorrebbe dire comunque che vi è , nella maggior parte dei casi, la presenza nei CdA di una donna sola “circondata” da una decina di uomini. “Come molti studi hanno dimostrato nei più diversi campi, dalla politica alla scienza, una donna sola in un mondo maschile finirebbe solo di svolgere la funzione di simbolo, che mette in pace la coscienza dall’accusa di discriminazione ma lascia le cose come stanno. Una donna sola non può costituire quella massa critica che permette di cambiare le regole del gioco, finora fatte dagli uomini e a loro misura, aprendo all’innovazione e a punti di vista diversi di cui abbiamo un gran bisogno”. (Marcella Corsi, docente straordinario di economia politica alla Sapienza di Roma) Le donne vogliono essere messe nelle stesse condizione di partenza degli uomini… ora hanno un vantaggio smisurato… ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- LE LOTTE DELLE DONNE NEL CINEMA di annalisa crocianiChi non ricorda le avventure di un gruppo di pie donne inglesi over 50, che decisero di posare nude a scopo di beneficenza per un calendario? Il regista Nigel Cole, dopo 7 anni da “Calendar girl” torna dietro la macchina da presa con un'altra pellicola dedicata all’universo femminile. Siamo a Dagenham, in Inghilterra, nel 1968. Nella fabbrica Ford più grande d’Europa lavorano 55.000 persone, tra cui le 187 donne addette alla cucitura dei sedili. Quando ai vertici decidono di abbassare la loro paga, denominandole “operaie non qualificate”, le donne si convincono a scioperare. Lo sciopero si estende alle fabbriche circostanti finché la ministra Barbara Castle, deciderà di incontrare le donne per giungere a un accordo. Tratto da una storia vera, il film di Cole è stato girato in una fabbrica chiusa di recente in Galles e sono state ingaggiate come comparse anche alcune operaie rimaste disoccupate. Come in “Calendar girl” anche in “We want sex” non manca purtroppo lo stucchevole happy end ed una certa vena buonista, rintracciabile in alcuni stereotipi (il sindacalista di buon cuore solidale con le scioperanti, la moglie bella e progressista del boss della fabbrica, la ministra che accoglie senza indugio le istanze delle lavoratrici) che rischiano di non rappresentare al meglio la lotta di queste donne che non si sono arrese al maschilismo imperante ed hanno combattuto per sovvertirlo. È sempre un uomo (Enrico Bisi) che descrive nel docu-film “Pink gang” del 2010 le gesta di Sampat Pal, cinquantenne, analfabeta e poverissima, che si mette a capo dell’ esercito del sari rosa composto da centinaia di donne intenzionate a riportare la giustizia in India, difendendosii dagli stupri, opponendosi ai mariti oppressori e fondando scuole di alfabetizzazione. "Gulabi (Pink) Gang" è il nome del gruppo che manifesta con bastoni per le strade dell’Uttar Pradesh e rivendica diritti e dignità per le contadine, vittime di soprusi perpetuati da anni nei loro confronti. Dal 2006, anno in cui la Pal ha cominciato la sua battaglia, il movimento “rosa” ha raccolto consensi da migliaia di donne sparse per l’india, divenendo una vera a propria onda rivoluzionaria, in grado di far tremare e sovvertire l’ordine precostituito che governa la società indiana da sempre. Mimosa: fiore sovversivo, simbolo di resurrezione e di vittoria. In una riunione preparatoria alla prima giornata della donna del dopoguerra, qualcuno pensò di mettere all'occhiello un fiore che caratterizzasse proprio quella giornata. La mimosa fu scelta da Teresa Mattei, una partigiana femminista che di lì ad un anno sarebbe diventata la più giovane (25 anni) delle 21 donne entrate nell'Assemblea Costituente. Teresa ha ricordato così quel momento: “Luigi Longo, che era sottosegretario del partito e che si occupava delle donne, mi disse: -Facciamo come in Francia dove l'8 marzo offrono mughetti e violette alle compagne-. Pensando che in certi posti in Italia di mughetti e violette non se ne trovavano proprio, contro proposi la mimosa, fiore povero reperibile dappertutto. Anche se le socialiste storsero il naso, perché avrebbero preferito l'orchidea. Per anni la mimosa è stata considerata un fiore sovversivo e chi la diffondeva era passibile d’arresto”.BUON 8 MARZO A TUTTE CON IL FIORE SOVVERSIVO ! 25novembre 2010ilgeniodelledonne 20in redazione: annalisa crociani, carla grementieri 25 NOVEMBRE: GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
Il 25 novembre 1960, su una strada di montagna della Repubblica Domenicana, furono violentate e assassinate Mate, Minerva e Patria, le sorelle Mirabal, impegnate nella lotta di liberazione contro la dittatura del generale Rafael Trujillo. Il brutale assassinio provocò una profonda emozione nella nazione e favorì il rafforzarsi del movimento contro la dittatura che di lì ad un anno fu sconfitta. Le tre sorelle, soprannominate Inolvidables Mariposas (Farfalle Indimenticabili),sono diventate il simbolo della lotta alla violenza contro le donne. La data del 25 novembre, dedicata alla giornata Internazionale della violenza contro le donne, fu stabilita nel corso del primo Ecuentro Feminista de Latinoamérica el Caribe, Bogotà, luglio 1981. Nel 1999 l’ONU ha reso ufficiale la ricorrenza proclamando il 25 novembre GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE.Cosa si intende per violenza contro le donne?
Violenza fisica, sessuale, psicologica: alcuni dati Oltre il 70% delle donne del mondo è stata oggetto di violenza da parte dei maschi. La violenza alle donne avviene in tutto il mondo:in Svezia una donna muore ogni 10 giorni in seguito agli abusi da parte di un familiare o di un amico; in Canada e Israele è più probabile che una donna venga uccisa dal proprio compagno che da un estraneo; negli USA ogni 15 secondi viene aggredita una donna, generalmente dal coniuge. 7 milioni di italiane da 16 a 70 anni hanno subito violenza; 6 milioni e 743 mila hanno subito una violenza fisica o sessuale. In Italia il 32% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale e nel 14,3% dei casi l’autore è il partner o l’ex compagno. Se si parla di molestie in generale subite dalle donne tra i 14-65 anni nel corso della vita si arriva al 'impressionante cifra di quasi 10milioni e mezzo di donne. I partner sono i responsabili, nella maggior parte dei casi, di violenza fisica che va dalle minacce alle lesioni gravi, al femminicidio. Femminicidi: ogni 3 giorni muore in Italia una donna uccisa quasi sempre da un famigliare (marito, compagno, ex-partner, padre, fratello… ). Negli ultimi 4 mesi del 2010 sono state uccise in Italia circa 65 donne. I luoghi della violenza I contesti in cui si manifesta: nel 55% circa è nella relazione di coppia; nel 25% circa è nel condominio; nello 0,5% circa è nella famiglia (figli/fratelli/genitori); nel 15% circa è nel posto di lavoro/scuola/università. Lo stalking rappresenta l’anticamera del 40% dei reati di violenza sessuale. Per il reato di stalking sono state fatte (nel 2009) 4124 denunce (circa 17 al giorno) e arrestate 723 persone. In quattro casi su cinque la vittima è una donna. Le molestie più frequenti sono quelle verbali (25,8% nel corso della vita di una donna) subito seguite da atti di esibizionismo (20,7% e pedinamento (22,9%. Altissimo anche il numero di telefonate oscene e di molestie fisiche. I centri antiviolenza in Emilia-Romagna I numeri dei Centri d’ascolto (del 2009) contro la violenza alle donne dell’Emilia-Romagna, ci dicono che aumentano le vittime, aumentano le donne che bussano ai centri antiviolenza aderenti al Coordinamento dell’Emilia-Romagna per segnalare, maltrattamenti, molestie, abusi e violenze di ogni tipo. 2375 donne si sono rivolte ai Centri; 314 in più rispetto allo stesso periodo del 2008. Queste donne (1437 italiane e 934 straniere) sono state accolte a vario titolo (per chiedere solo informazioni, per attivare un percorso o per trascorrere un periodo in una casa rifugio protetta ) da parte dei 10 centri di coordinamento che sono nella nostra Regione. Nelle 9 case rifugio sono state ospitate 110 donne con 79 figli minori. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna è nato dieci anni fa come rete tra i vari centri locali, per valorizzare le donne e combattere la violenza maschile sulle donne. In una nota del Coordinamento si legge: “Il lavoro e l’impegno dei Centri è ingente a fronte ancora oggi di scarse risorse finanziarie, ci aspettiamo dalla Regione e dal Governo che aumentino i finanziamenti”. Europa, covo della tratta delle donne Una Campagna dell’Onu mette in allarme la società europea sulla condizione del traffico di vittime della prostituzione. Sono 140mila le donne coinvolte nella schiavitù con un giro d’affari astronomico. La tratta di essere umani in Europa vuol dire prostituzione. L’Ufficio delle Nazioni unite contro la droga e il crimine, parla di 140mila donne vittime di sfruttamento, una rete internazionale che si alimenta e trova spazio nel Vecchio continente. (Dati luglio 2010) Donne vendute Secondo l’Onu ogni anno 70mila donne sono vendute, da parenti o da amici, alla criminalità organizzata, finendo sulla strada senza possibilità di ritorno. Il mercato, generato dal vertiginoso giro d’affari, è sviluppato soprattutto in Germania, Olanda e Spagna. Il 32% delle donne che cade nella fitta rete criminosa arriva dai Balcani, in particolare da Romania e Bulgaria, il 19% dai Paesi dell’ex Unione Sovietica (soprattutto dall'Ucraina), il 13% dal Sud America, il 7% dall’Europa centrale, il 5% dall’Africa, e il 3% dall’Asia orientale. Anche se la situazione sembra sotto il controllo di ogni Stato, le reti clandestine si spostano da un Paese all’altro, raggirando la giustizia, avvantaggiate anche dalla mancanza di una legislazione europea unica. Per la sua posizione geografica, l’Italia è un crocevia del fenomeno, ed è uno dei Paesi più strategici per destinazione e transito delle vittime. Buoni propositi e belle parole UNITI CONTRO LA VIOLENZA VERSO LE DONNE, scritto in 6 lingue, è lo slogan della campagna ONU voluta dal segretario generale Ban Ki-moon e partita il 25 novembre 2009. Ban ha dichiarato: " Dobbiamo unirci tutti. La violenza contro le donne non può essere tollerata, in nessuna forma, da nessun leader politico, da nessun governo. Il momento di cambiare è adesso. Solo rimanendo compatti a denunciare la realtà potremo fare la differenza". Tutto il mondo, dall'Europa, compresa la civilissima Scandinavia che vede un incredibile aumento di stupri, alla Russia, dal mondo arabo a quello orientale diventa l'oggetto della campagna internazionale che è partita con soli 10 milioni di dollari ma dovrà raccoglierne più di 100 entro il 2015. Le belle parole sono importanti, ma non bastano. Le donne vogliono fatti concreti come lo stanziamento di finanziamenti per prevenire e combattere la violenza sulle donne e l'istituzione di centri antiviolenza in tutt'Italia. Le donne vorrebbero che gli uomini si interrogassero sul senso di tanta violenza: la cosa li riguarda in maniera profonda, perché solo da una loro risposta, condivisa con le donne, può nascere forse l'inizio di una riparazione civile e culturale che s'infili d'autorità anche nei segreti capitoli della violenza domestica e coinvolga i principi basilari dell'uguaglianza e dei diritti umani. Le donne vogliono una pubblicità non sessista che rispetti in egual modo entrambi i generi. Purtroppo il Parlamento italiano non ha ancora legiferato in ottemperanza alle due risoluzioni europee che impongono agli stati membri di “eliminare messaggi pubblicitari lesivi dei diritti delle donne avallando stereotipi contrari alla caduta delle discriminazioni”. Le donne vogliono avere Pari Opportunità. E' chiedere troppo?!
di fronte alla violenza sulle donne (battute sessiste, storielle, allusioni, toccamenti, pubblicità sessista, vessazioni morali, percosse, stupri, femminicidi…) parliamone, informiamo, educhiamo anche le giovani generazioni, denunciamo... NON SENTIAMOCI COLPEVOLI DI UNA VIOLENZA CHE CI VIENE FATTA SOLO PERCHE’ DONNE... DICIAMO STOP ALLA VIOLENZA SULLE DONNE!
Telefoniamo e denunciamo! SE HAI SUBITO UNA VIOLENZA, DI QUALSIASI TIPO, PUOI TELEFONARE AL NUMERO GRATUITO 1522 RISPONDE SEMPRE, 24 ORE SU 24, E
GARANTISCE L’ANONIMATO. «Le donne sono ancora considerate oggetti da parte degli uomini, che pensano di poter esercitare un possesso. Giorni fa, parlando con un attore, mi diceva di aver mandato un mazzo di fiori alla ragazza, accompagnato da un bigliettino: "Sei mia, sei mia, sei mia". Me lo sono mangiato. Lei non è tua e non è di nessuno: è sua. Una volta "Io sono mia" era scritto sui muri, ma non è entrato abbastanza in testa, evidentemente: forse è tempo di pensare a un nuovo femminismo».(Liliana Cavani, regista)
24 ottobre 2010
ilgeniodelledonne19 in redazione: annalisa crociani, carla grementieri 24 ottobre: open day biblioteche dedicato all’Unità d’Italia voceDonna partecipa con Donne in movimento... Giorgina Craufurd Saffi, Teresa Cattani Scardi, Ifigenia Gervasi Zauli Saiani: tre patriote forlivesi per l'Unità d'Italia Biblioteca Comunale Castrocaro Terme. ore 16 ------------------------------------ Parole, immagini e letture con Annalisa Crociani, Carla Grementieri, Sabina Spazzoli
La Resistenza delle donne: tre patriote forlivesi di Carla Grementieri Teresa Cattani Scardi Nasce a Collina di Forlì, probabilmente nel 1807 da Pellegrino (un domestico) e da Antonia Garavini. Sembra che la fanciulla sia rimasta orfana molto presto e non abbia avuto una particolare istruzione se non una normale educazione religiosa. A sedici anni sposa Vincenzo Scardi, un agricoltore ventitreenne, maestro d’armi e ardente patriota la cui attività rivoluzionaria è frenata già nel’ 25 perché colpito con precetto di primo grado emanato dal cardinale Rivarola, inviato in Romagna come legato straordinario con “poteri sovrani” per stroncare le società segrete. Il 5 febbraio del 1831 Teresa è in prima fila, assieme al marito, in piazza a Forlì quando avviene l’assalto al Palazzo del Governo; intrepida agita e sventola una bandiera tricolore che, pur perforata da tre pallottole nemiche, riesce ad issare vittoriosamente al balcone del Legato pontificio che ancora oggi è quello che si nota a destra, più vicino a via delle Torri, nello stesso palazzo Comunale che troneggia elegante in piazza Saffi. Scrive il cronista Baccarini nella Cronaca di Forlì: “ Le donne anch’esse armate alla meglio vollero contribuire alla tant’opera tra le quali eravi certa Teresa Scardi, una delle più esaltate, che aveva già il proprio marito ingolfato nella mischia, e si vidde accorrere sulla Piazza, avente nella sinistra il Vessillo tricolore, additando con la destra, e colla voce il sentiero a coloro, che la seguivano, indi cantava inni Patriottici, che intuonavano la Piazza stessa non solo, ma benanche tutte le radiali della medesima. Lo stesso giorno della rivolta, preso il potere da parte degli insorti, è proclamato un governo provvisorio antipapale e si arruolano volontari per la Guardia Nazionale; si forma così una colonna guerriera, composta da circa seicento volontari convenuti da ogni parte della Romagna, che il 12 febbraio s’incammina alla volta di Cesena, accompagnata dalla Guardia Civica di Forlì e da una squadra di 54 donne forlivesi volontarie, inquadrate militarmente e comandate da Teresa che portava il vessillo tricolore. Le donne, durante il tragitto, terminato a Forlimpopoli, “marciavano come i soldati, e bene ordinate”, e cercavano di infondere alla popolazione, che faceva ala alla colonna dei volontari, ardori rivoluzionari incitando alla lotta contro gli odiati austriaci. Alle sette del mattino del 22 marzo il Comitato di Governo Provvisorio della provincia forlivese decide di lasciare la città per andare verso Rimini. Afferma il cronista riminese Tonini: “ In quel frattempo qui (a Rimini) concorsero allora i più notevoli capi del liberalismo i patrioti di tutta la regione: e si videro tra essi alcune donne liberalissime, prima delle quali era la Scardi di Forlì: Essa marciava alla testa della schiera forlivese, portando lo stendardo tricolore, su cui era scritto: o libertà o morte!”. Il 24 marzo, l’esercito austriaco, forte d’ottomila uomini, entra a Forlì e ammaina la bandiera che la coraggiosa forlivese aveva issato con tanto eroismo e consegna la città di nuovo ai soldati mercenari del papa. Dopo la battaglia di Rimini del 25 marzo (cui partecipano anche i coniugi Scardi) e la capitolazione di Ancona, ultimo baluardo dei rivoluzionari, alla fine di marzo svaniscono tutte le speranze di libertà e, ancora una volta, la repressione dello Stato pontificio sarà spietata ma non riuscirà a spegnere il sacro fuoco della Rivoluzione che voleva giustizia e libertà. Dopo l’insuccesso della rivoluzione del’31 Teresa e Vincenzo Scardi sono costretti ad alcuni mesi di esilio a Macon, in Francia. Nella primavera del’ 32 i coniugi Scardi, tornati a Forlì, festeggiano la nascita di due figlie gemelle, Cleopatra ed Elettra che vivrà solo tre anni. Teresa Cattani Scardi, patriota combattente, popolarissima all’epoca in tutta la Romagna, donna fiera, indomita, instancabile si è sempre battuta, assieme al marito, per la libertà e per l’Unità d’Italia, fino ai moti del’48-49. L’intrepida donna, minata nel fisico per le tribolazioni e i patimenti subiti in una lotta durata vent’anni, finisce i suoi giorni a soli quarantatre anni, a San Martino in Strada di Forlì, il 9 settembre del 1850 senza vedere realizzato il suo sogno di libertà. Forlì ha onorato l’eroica concittadina con una via a lei intitolata e con un’epigrafe (purtroppo posta molto in alto e poco leggibile) sulla facciata (verso destra) della Casa Repubblicana di San Martino in Strada, sede oggi anche del cinema Saffi: QUI/ DOVE NACQUE E MORI’ NEL 1850/ TERESSA CATTANI SCARDI/ LE REPUBBLICANE E I REPUBBLICANI/ RIEVOCANO NEL SUO NOME/I TENTATIVI GLORIOSI DELLA LIBERTA’ ITALIANA/ 31-VII-1947 In ricordo della coraggiosa Teresa Cattani Scardi rimane anche una canzone popolare il cui ritornello ricorda le sue epiche gesta in piazza Saffi: La Scardi fu la prima/ Che si mostrò guerriera/ Portando la bandiera/ Dei sacri tre color ( tratto da: Il Risorgimento delle Donne tra storia, cronaca e leggenda di Carla Grementieri) Ifigenia Gervasi Zauli Saianifigenia Gervasi è nata a Sarsina (Forlì) il 18 marzo 1810 dal nobiluomo Antonio e da Luigia Magnani. A dieci anni è già un’affermata bambina prodigio tanto che per dieci baiocchi intrattiene il pubblico rispondendo a domande d’astronomia, fisica e storia. Il piccolo genio stupiva e meravigliava gli spettatori quando senza alcun tentennamento o errore rispondeva esattamente a circa duecento domande estratte a sorte tra una serie di oltre quattromila quesiti. La felice ed impegnativa infanzia della bambina è interrotta a undici anni con l’arresto del padre, fervente patriota, che (imprigionato nel ’21) preferisce affidare il piccolo genio all’amico e stimato medico Girolamo Versari di Forlì. A casa Versari, Ifigenia, ormai giovane diciottenne coltissima ed affascinante, dedita alla poesia, alla scrittura, alla recitazione, incontra il poeta, scrittore, drammaturgo, attore dilettante e fervente patriota Tommaso Zauli Saiani di ventisei anni, dottore in legge, appartenente ad una nobile e ricca famiglia forlivese, che sposa verso la fine del’29. La giovane coppia per il suo credo patriottico, dovrà affrontare, per i molteplici e incalzanti avvenimenti politici, mille pericoli e peregrinazioni che l’hanno vista, fino al 1859, costretta all’esilio in Toscana, Corsica, Malta e Piemonte dove ha svolto sempre una costante opera rivoluzionaria di informazione e di indottrinamento tenendo contatti con i tanti esiliati e scrivendo testi, opere, drammi, odi, poesie, che invitavano alla rivolta. La coppia torna nella propria città nel ‘31 quando i forlivesi destituiscono il governo pontificio ed istituiscono, il 5 febbraio, un Governo Provvisorio rivoluzionario. Nel frattempo la letterata aveva scritto molti drammi, poesie, racconti incontrando il favore del pubblico. Il 2 giugno il popolo forlivese scende di nuovo in piazza per impedire l’insediamento dei nuovi consiglieri ma parecchi sono i patrioti arrestati mentre Zauli Saiani evita l’arresto, dicono le cronache, grazie alla “previdenza e il coraggio della moglie, che riuscì a farlo fuggire”. Nel’36 i due patrioti forlivesi si trasferiscono a Malta dove dimorano per un decennio; operano sempre per la causa rivoluzionaria, fondano e dirigono il giornale “La Speranza” e collaborano alla gazzetta politica “Il Mediterraneo” e continuano la loro sempre più intensa produzione letteraria. La letterata forlivese si cimenta con successo anche nella produzione di drammi che sono messi in scena dalle più importanti compagnie dell’epoca, anche se a volte dovevano subire l'ostracismo della censura pontificia. Adelaide Ristori per esempio, la celebre attrice, che stimava molto la drammaturga forlivese, aveva alcune opere di Ifigenia nel suo repertorio ma a volte non riusciva a cantarle perché censurate. Citiamo tra i drammi scritti da Ifigenia quasi tutti pubblicati a Firenze: I Fratelli Bandiera; La Geltrude di Firenze; Veronica Cibo; La Madre siciliana; Cornelia e Lucia; Adriana Lecouvrer che sarà premiato nel ‘56 ad un concorso torinese. Nel 1846, anno di grandi speranze per i patrioti italiani, finalmente i Nostri, grazie all’amnistia di Pio IX, ritornano nell’amata patria, a Forlì, dove Tommaso otterrà la cattedra di Eloquenza presso il Ginnasio comunale e riprenderà la pubblicazione dell’ Emilia avvalendosi anche della collaborazione di Aurelio Saffi e di Ifigenia. Alla caduta della Repubblica Romana i coniugi Saiani si rifugiano a Torino dove il patriota insegna letteratura, storia e geografia in vari Istituti. Nel’59 i due patrioti ritornano a Forlì dove Saiani è nominato Rappresentante del Popolo all’Assemblea delle Romagne; successivamente riceverà l’incarico come Preside dell’Istituto Tecnico di Forlì. Il 20 luglio del’72. Saiani muore a settanta anni. Rimasta vedova, Ifigenia “ebbe scossa la ragione dalla scomparsa dell’adorato sposo”; le cronache informano che ha trascorso i suoi ultimi anni di vita “in una dolce follia, in uno stato di esaltazione eroica”. La coltissima letterata forlivese, patriota fervente, scompare a Forlì l’11 gennaio 1883, a settantun anni .(tratto da: Il Risorgimento delle Donne tra storia, cronaca e leggenda di Carla Grementieri) Giorgina Craufurd Saffi Giorgina Janet nasce a Firenze l’11ottobre 1827 da genitori britannici d’origine scozzese, il nobile Jonh Craufurd e Sophie Churchill. Trascorre parte dell’adolescenza sulle rive dell’Arno con i genitori e i fratelli e ha un'infanzia fortemente influenzata dalla figura della madre, donna di spicco della società fiorentina ed entusiasta dei moti rivoluzionari; il suo salotto è frequentato da letterati e patrioti italiani quali Capponi, Giusti e Mayer, è iscritta alla Società degli Amici d’Italia ed è amica di Mazzini, esule a Londra e stravede per Garibaldi. Giorgina, nel 1848, poco più che ventenne conosce alla stazione di Londra, Giuseppe Mazzini che stringendole la mano le sussurra sorridendo: ”Spero che sarete una buona italiana”. La speranza di Mazzini che avrà con lei un intenso rapporto di amicizia tanto da chiamarla famigliarmente Nina, amica e sorella nelle numerose lettere che i due si scambieranno, non andrà delusa perché Giorgina dedicherà tutta la sua lunga vita agli ideali mazziniani e all’Italia. Nel 1851 a Londra, la nobile signorina , ricca, colta, intelligente, emancipata, perfettamente bilingue, conosce il trentenne avvocato Aurelio Saffi nato a Forlì da una nobile famiglia romagnola e rimane colpita dal suo aspetto, dalle sue belle maniere e dalle sue idee rivoluzionarie. Se ne innamora ma il sentimento è osteggiato dal padre per cui sposerà l’ex Triunviro della Repubblica Romana solo a trent’anni con cui avrà quattro figli maschi. I coniugi Saffi si schierarono sempre con Mazzini, sia a Napoli (dove Giorgina organizza il Comitato Femminile), sia a Firenze dove lo frequentavano di nascosto e a Forlì dove fu loro ospite abituale a villa Saffi di San Varano. Questo intenso rapporto di amicizia si interromperà solo con la scomparsa di Mazzini nel 1872, assistito fino alla fine dai due patrioti forlivesi. L’attività di Giorgina prende slancio e forza quando Mazzini le affida il coordinamento dei gruppi di donne del Partito d’Azione e dei vari comitati femminili ad esso collegati inducendola sopratutto a fare propaganda. E Giorgina fa un ottimo lavoro per le donne organizzando una delle prime forme diffuse di mobilitazione femminile per la causa nazionale. L’amicizia profonda fatta di affetto, di stima, di fiducia, di ammirazione tra Giorgina (Nina) e Giuseppe (Pippo) con Mazzini è documentata da alcuni oggetti, fotografie e biglietti che si trovano oggi esposti nel museo di villa Saffi a San Varano. La forte e volitiva Giorgina si dedicò con tutte le sue energie non solo alla famiglia e alla casa ma alla causa mazziniana, alla educazione morale e civile dei giovani e alla condizione delle donne specie quelle artigiane e operaie. Incentivò l’artigianato femminile (Società Artigiana femminile di Forlì) e l’alfabetizzazione delle donne, prime educatrici dei figli, anche attraverso manifesti dedicati “Alle Donne Forlivesi” che chiama “Sorelle e Concittadine” perché era fermamente convinta che le donne dovessero unire, in un comune sforzo, "desideri e speranze per produrre un completo e più profondo accordo". Concretamente progettò ed organizzò riunioni e corsi per le donne anche nelle campagne circostanti San Varano e aprì una scuola di tombolo per la tessitura di pizzi e merletti. Nel ’63, come direttora della Società Operaia Femminile di Mutuo Soccorso di Forlì ,eletta dalle 132 socie, scrive tra le tante lettere: “A noi donne molto è dato da fare. E’ la parola della madre che prima di ogni altra può destare nel cuore dell’uomo l’amore per la famiglia, per la patria per l’umanità. E la voce più fidente della donna che può confortare l’uomo nelle lotte della vita e spesso ricondurlo sulla smarrita via. E noi vogliamo aiutarci e consigliarci a vicenda per compiere degnamente questa santa missione, vogliamo per quanto è in noi, adempiere degnamente la parte nostra nella grande opera di Rigenerazione della Patria”. Il Risorgimento culturale e artistico coincide con il cammino dell’universo femminile verso l’emancipazione ed affermazione personale. La rivista “La Donna”, nata a Padova nel 1868, è uno degli esempi più importanti dell’orientamento femminista nascente, già per il fatto di essere redatto da sole donne e perché si parla dei doveri e dei diritti della “nuova donna italiana”. La campagna intrapresa dalla rivista, mirava alla rinascita morale delle donne per il rinnovamento della nazione. I temi caldi più dibattuti erano l’istruzione superiore ed universitaria per le donne, le professioni femminili, i diritti politici, il divorzio e la prostituzione. Nel numero del 25 febbraio 1873 di “La Donna” compare un articolo di Giorgina sulla Società Artigiana Femminile, nel quale educazione popolare e ruolo della donna vengono fatti dipendere da una più generale riforma della vita della nazione. In quel periodo Giorgina Saffi conobbe Giacinta Pezzana, mazziniana, femminista risorgimentale e valente attrice che accanto all’attività teatrale, ebbe anche un ruolo importante nella battaglia per l’emancipazione femminile, per la quale si è sempre battuta anche la patriota britannica. Tra le due donne nacque un intenso rapporto di amicizia, pluridecennale, che si spezzerà solo con la scomparsa di Giorgina. Giacinta frequentava spesso villa Saffi di San Varano in occasione delle tournèe teatrali che la portarono a calcare, con successo, anche le scene del teatro di Forlì dove interpretò Teresa Ranquin, Medea e Maria Stuarda, sia in altre circostanze. Rimasta vedova nel 1890 Giorgina continuerà con la sua febbrile attività a riordinare gli innumerevoli scritti in suo possesso, battendosi sempre per i profondi ideali morali della tradizione mazziniana, risorgimentale e poi repubblicana, e per i diritti delle donne. A 84 anni (30 luglio del 1911) finisce i suoi giorni a San Varano. Viva fu la commozione e la partecipazione in tutto il Bel Paese e anche all’estero da cui arrivarono alla famiglia infinite testimonianze di cordoglio e di dolore. La stampa straniera ricordò Giorgina dedicandole numerosi articoli : un quotidiano di Montevideo “L’Italia al Plata” pubblicò uno scritto dell’attrice Giacinta Pezzana che ricordava ed onorava la memoria della carissima amica con una lunghissima orazione in cui traspare il suo immenso dolore e il forte sentimento di amicizia che aveva legato le due donne per decenni. “ (…) io prendo la penna per dare l’estremo saluto alla più eletta tra le donne italiane (…) Vada questo mio dolorosissimo saluto alla più cara e nobile amica: a colei il cui nome consacrato nella pagina più eccelsa della storia del Risorgimento italiano.(tratto da: Il Risorgimento delle Donne tra storia, cronaca e leggenda di Carla Grementieri)
Il cinema del Risorgimento di Annalisa Crociani Schizofrenia. È dalla psichiatria che bisogna rubare questo termine per parlare dei due diversi e diametralmente opposti modi per rappresentare il Risorgimento al cinema. Si va da pellicole che fanno di Garibaldi l’eroe indiscusso dei due mondi, il paladino della libertà e della liberazione italiana e via discorrendo, a film che descrivono quelle che i più hanno definito “grandi gesta”, come alcune delle pagine più oscure della storia dell’unità d’Italia. Rossellini rientra a pieno titolo nella categoria dei cineasti che hanno fatto di Garibaldi una sorta di Messia umanizzato e sofferente. Con “Viva l’Italia”, il regista romano ci mostra Garibaldi acciaccato, che fatica a salire a cavallo e Vittorio Emanuele che parla con l’accento piemontese, con l’intento di mostrare al grande pubblico il lato anti-eroico e quindi umano dei protagonisti, finendo però per ottenere un effetto pomposo e di proclama risorgimentale. Lo stesso si può dire per “Camicie rosse” di Goffredo Alessandrini che compie, con malcelato compiacimento, una sorta di santificazione di Anita Garibaldi, che riesce a sovrastare la figura del consorte. È sufficiente il titolo di questa pellicola per scoprire l’altra faccia del Risorgimento: “Bronte, cronaca di una massacro che i libri di storia non hanno mai raccontato”. La trama: ormai compiuta la liberazione dal dominio borbonico dell'intera Sicilia da parte dei garibaldini, nel catanese scoppia una sanguinosa rivolta contadina contro i latifondisti del posto. A Bronte, nonostante il liberale avvocato Lombardo cerchi di far prevalere la moderazione, la popolazione locale, esasperata da anni di feroce sfruttamento, sotto la guida del carbonaro Gasparazzo fa giustizia sommaria di quindici notabili del paese. Richiamato sul posto dalle notizie della strage, Nino Bixio, fedele braccio destro di Garibaldi, impone che siano fucilati l'avvocato Lombardo e cinque popolani coinvolti nella rivolta. Il film di Florestano Vancini è del 1972. L’eco del ‘68 si sentiva ancora nitida, esattamente come nella pellicola, che tesa dall’inizio alla fine a dimostrare l’incontrovertibile verità antigaribaldina, resta un indiscusso esempio di controtendenza nella cinematografia dedicata al Risorgimento. E le donne? L’unica che ha tentato di lasciare una sua traccia in merito è Lina Wertmuller con il suo “Ferdinando e Carolina” con il quale ha evitato l’empasse del dover prendere una posizione, scrivendo una sceneggiatura basata sulla storia d’amore e sesso fra i due sovrani Borbone, quindi per giunta in epoca pre-rivoluzionaria. Un’altra donna: in “Camicie rosse” una efficace Anna Magnani veste i panni della tenace Anita Garibaldi. Nell’ultimo festival di Venezia è sempre un uomo a parlarci del suo punto di vista sul Risorgimento: Mario Martone con “Noi Credevamo”. Neppure l’ardita Cavani ha mai affrontato l’argomento. Periodo storico noioso o indigesto? Difficoltà nel prendere una posizione precisa? Il Risorgimento è assai controverso ma è giunta l’ora che anche una voce femminile dica la sua e ci offra uno sguardo finalmente diverso su questa complessa parte di storia che, volenti o nolenti, ha cambiato i nostri destini. FILMOGRAFIA RISORGIMENTALE: Due mondi (animazione) di Guido Manuli (1995 ); Correva l'anno di grazia 1870 di Alfredo Giannetti (1972); In nome del papa re di Luigi Magni (1977); 1860 - I Mille di Garibaldi di Alessandro Blasetti (1934); L'ussaro sul tetto di J.P. Rappeneur (1995); Viva l'Italia di Roberto Rossellini (1960); Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963); Senso di Luchino Visconti (1954); Allonsanfans dei F.lli Taviani (1974); Passione d'amore di Ettore Scola (1981); Ferdinando e Carolina di Lina Wertmuller (1989); Camicie Rosse (Anita Garibaldi) di Goffredo Alessandrini (1952); La carbonara di Luigi Magni (2000); Li chiamavano briganti ! di Pasquale Squitieri (1999); In nome del popolo sovrano di Luigi Magni (1990); Noi credevamo di Mario Martone (2010).
8 marzo 2010ilgeniodelledonne1 8in redazione: annalisa crociani, carla grementieri 8 marzo: Giornata Internazionale della Donna 8 marzo 2003 - 8 marzo 2010 voceDonna spegne 7 candeline e per festeggiare inaugura la nuova rubrica vocedonnainlettura -------------------------------------------------------------------------
l ' 8 marzo 2003 hanno fondato voceDonna
IL PIACERE DI LEGGERE
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ilgeniodelledonne15
in redazione Annalisa Crociani, Carla Grementieri
3 maggio a Forlì: staffetta contro la violenza alle donne
La Staffetta di donne contro la violenza sulle donne, promossa dall’UDI, durerà un anno per denunciare ogni giorno la violenza che ogni giorno ci colpisce nelle sue forme più svariate. Colpisce bambine e donne di ogni età, colpisce sposate, single e lesbiche. Colpisce in ogni parte del mondo. La Staffetta di donne, partita il 25 novembre 2008 da Niscemi, dove è stata assassinata Lorena, si chiuderà esattamente un anno dopo a Brescia, dove è stata sgozzata Hiina. Simbolo e testimone della staffetta è un'anfora con due manici portata da due donne che la consegneranno ad altre due, nel paese successivo, sempre pubblicamente. Ogni donna potrà mettere nell’anfora un biglietto con i propri pensieri, denunce, parole o immagini. E' un fatto politico che tante donne si stiano mobilitando per la riuscita della Staffetta nelle città e nei piccoli centri, per dire che la violenza stravolge i rapporti tra i generi. Insieme lottiamo contro la violenza sulle donne e il femminicidio. Insieme diciamo pubblicamente le nostre parole sulla violenza.
La musica delle donne di Annalisa Crociani------------------------------------------La Resistenza delle donne di Carla Grementieri-------------------------------------
La casa, la famiglia, si confermano come il luogo centrale e drammatico del legame fra violenza e affetti. Relazione che porta spesso alla rimozione o al mancato riconoscimento della violenza da parte di tante, troppe donne; nel 90% dei casi, non si arriva fino in fondo e la denuncia, quando si ha la forza di procedere, spesso viene ritirata.
Oltre 14 milioni di donne nel nostro paese hanno subito violenza fisica o psicologica e, come tutti i dati confermano, per la quasi totalità dei casi arriva dal partner.Ogni giorno, oramai ogni ora, si ha notizia di donne stuprate. Una vera strage. Lo stupro è gestito come marchio di potere, di possesso, calpestando il rispetto, la libertà personale, i diritti, le idee, le scelte, la vita delle donne. No al femminicidio! In Italia ogni tre giorni è uccisa una donna. Nel 2008 sono state CENTOTREDICI le donne assassinate perlopiù da un famigliare.
L’imbarbarimento dei costumi, il decadimento quotidiano di diritti di cui eravamo ormai certe, affondano le radici nella diffusa ignoranza del rispetto tra pari, di cui la Costituzione Italiana è garante, senza che le Istituzioni ne abbiano tenuto e ne tengano conto nella concretezza dell’azione. Basta leggere la composizione di qualsiasi Consiglio d’Amministrazione, Comitato di Gestione, Organi Istituzionali per avere la prova della dispari parità per le donne.
I media, anch’essi retti da un mondo di cultura e potere maschile, trattano in modo violento ed indegno le donne nella pubblicità, nella gestione delle notizie di cronaca nera, dei programmi spazzatura, …
Non è meno importante il disconoscimento del diritto alla sessualità dell’individuo ed in particolare delle donne, fatto dalla chiesa e dalle altre confessioni integraliste.
Arroganza e discriminazione di genere porta violenza e morte alle donne e a chi è diverso.
Il problema è politico, non di ordine pubblico, ma di cultura: ci vogliono strategie idonee ad una riflessione collettiva, a scelte responsabili di parità rappresentativa in tutte le istituzioni.
Rape (Stupro)
(…) non essere imbarazzata. lasciami introdurre il mio strofinaccio.
io sono un lupo nella
pelle di u agnello troiano. ohh si questo è duro questo è
buono. ora
non ritrarti. apri il be-boop. solleva quel piccolo
monticello. ummmm apri del tutto il be-boop. andiamo. niente.
può. fermarmi.
ora. ohhh ahhh. non è bello questo. mio. melanconico be-boop.
Oh non piangere. andiamo alzati (…)
Versi di
Patti Smith, poeta, cantautrice, fotografa, artista impegnata per i diritti umani
Me and a gun (Io e una pistola)
Eravamo io e una pistola
E un uomo sulla mia schienE io cantavo "santo santo" mentre lui si sbottonava i pantaloni
Riesci a ridere
Sono quasi divertenti le cose che pensi in momenti come quelli
Come che non ho mai visto le Barbados
Perciò devo uscire da tutto questoSì indossavo un cosa rossa e succinta
Questo significa che avrei dovuto aprirmi per te, per i tuoi amici, per tuo padre, signor Ed?
E io so cosa significa questo (…)
Ti passano per la testa queste cose quando c'è un uomo sulla tua schiena
E tu sei oppressa impotente sul tuo ventre
Non è una Cadillac classica.
Io e una pistola
E un uomo sulla mia schiena
Ma io non ho mai visto le BarbadosPerciò devo uscire da tutto questo…
Tori Amos (1991), cantautrice e musicista
Not a pretty girl (Non una bambolina)
(…) immagina di essere una ragazza
che sta cercando finalmente di confessare tutto
sapendo bene che loro preferirebbero
che tu fossi colpevole
e sorridente
mi dispiace
ma io non sono una fanciulla imbellettata (…)
Ani Di Franco (1995), folksinger
Sing (Cantate)
(…) Cantate, sorelle...cantate!
Fate sentire la vostra voce
Ciò che non vi uccide vi renderà più forti
Cantate, sorelle...cantate!
Avanti sorelle, adesso
Cantate forte e cantate con orgoglio
Cantate sorelle...cantate!
Usate la vostra voce per gridare
Fate sentire la vostra voce
Usate la vostra voce
Per la libertà
Fate sentire la vostra voce
Ovunque andiate
Per la libertà
Si, la libertàAnnie Lennox (2007), cantante
8 marzo 2009
ilgeniodelledonne14in redazione Annalisa Crociani, Carla Grementieri---- GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA ----
8 marzo: nulla da festeggiare
NON OPPORTUNITÀ: I NUMERI DELLE DONNE IN ITALIA
Abitanti in Italia: 30.669.543 donne 28.949747 uomini. 774 sindache su 8.101 (10,5%); 8 presidenti di provincia su 107 (7,5%); 2 presidenti di regione su 20 (10%);4 ministre su 21 (19%);5 sottosegretarie su 37 (13,5%). Deputate 17,1%; senatrici 14%; europarlamentari 17,9%. Le donne iscritte all’Università costituiscono il 57%. Le donne sono il 60,7% dei laureati, il 36% degli avvocati, il 39,8% dei consulenti del lavoro, il 34,5% dei medici, il 30% degli ingegneri, il 26% dei notai, il 36,7% dei giornalisti. Occupazione femminile in Italia:46,3% (ultimi posti in Europa). Media europea 57,4%. Danimarca 73,4%. Stipendio delle donne: inferiore di un quarto di quello del collega maschio. Una dirigente, per esempio, guadagna il 26,3% in meno del collega uomo. Nel 63% delle aziende quotate in borsa, escluse banche e assicurazioni, non c’è una donna nel consiglio di amministrazione. Su 2217 consiglieri solo 110 sono donne (5%). Nelle banche il 72 % dei consigli di amministrazione non conta nemmeno una donna. Nonostante il 40% delle dipendenti siano donne solo lo 0,36% è dirigente nelle banche contro il 3,11% degli uomini.
LA STRAGE DELLE DONNE-In Italia ogni due giorni una donna è uccisa da una mano maschile. Nel 2006 le donne uccise sono state 112, nel 2007 sono salite a 149 e per il 2008 sono ancora aumentate. Elaborando i dati del 2008 si può dire che più di quattrocento uomini hanno desiderato uccidere una donna e in molti casi ci sono riusciti. Donne che in genere conoscevano bene: ex-mogli, ex-fidanzate, ex-amanti, ex-compagne. E a queste cifre che registrano atti di violenza estrema, vanno aggiunti le violenze e i maltrattamenti con botte, lesioni, ustioni, stupri, costrizioni, minacce e ingiurie. Le denunce sono in aumento, anche se si sa che non sempre le donne le presentano, specie se le violenze avvengono in famiglia. Molte donne si sono convinte che le violenze in famiglia sono un reato e non un destino crudele mentre altre purtroppo hanno ancora difficoltà a riconoscere la violenza da parte del partner e considerarla un reato. I dati del Ministero dell’Interno ci dicono che nei casi di violenza domestica, la polizia ha accolto la denuncia del 42,6% delle donne; nel 26,9 % dei casi si ammonisce il colpevole che nel 5,3% dei casi è arrestato. Solo l’1% è poi condannato dal magistrato. Tutti i centri antiviolenza denunciano un aumento delle violenze, quasi sempre domestiche, segnalando tuttavia che potrebbe trattarsi di un aumento delle denunce, dovuto ad una crescente consapevolezza delle donne. Nonostante la richiesta di finanziare un piano nazionale contro la violenza di genere il Governo ha ridotto i fondi per i centri antiviolenza.
DONNE INSIEME - La violenza maschile e patriarcale nasce in famiglia e ci colpisce tutte ovunque: in casa, in strada, al lavoro, a scuola. Non deleghiamo ad alcuno la nostra difesa. No alle ronde e nessuna strumentalizzazione razzista sui nostri corpi. Per riprenderci la parola, per riprenderci la notte, per non essere espropriate della capacità di vivere e decidere di noi stesse. Per la nostra autodeterminazione, per una vita libera da paure, e da false sicurezze militarizzate, contro ogni razzismo e omofobia.
Da sole la violenza la subiamo insieme possiamo fermarla.
UNIONE DELLE DONNE-“Le donne di tutte le estrazioni politiche dovrebbero unirsi, come già è avvenuto in passato quando la violenza passò da reato contro la morale a reato contro la persona, perché siano sviluppate campagne sistematiche e approvati provvedimenti di tutela. E si deve chiedere anche che ci sia una formazione adeguata del personale nei pronto soccorsi e nei commissariati. Se tutto questo non lo faranno le donne perché dovrebbero farlo altri al nostro posto?”. (Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat)
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ArteDonna8marzo
Louise Nevelson - L’arte è dovunque.
“L’arte è dovunque, ma deve passare attraverso uno spirito creativo. Il mio universo è l’universo della mia realtà, il mio universo è la creazione, è il mio universo di realtà.”.
Louise Nevelson
(1900 – 1988) scultrice statunitense di origine russa, esponente dell'arte astratta.Virginia Woolf - Eliminiamo lo specchio!
“Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo. (…) Qualunque possa essere il loro uso nelle civiltà civilizzate, gli specchi sono indispensabili per ogni azione violenta ed eroica. Ecco perché Napoleone e Mussolini sostengono con tanta veemenza l’inferiorità delle donne, perché se queste non fossero inferiori, gli uomini cesserebbero di ingrandirsi. Questo serve a spiegare in parte, il bisogno che tanto spesso gli uomini sentono delle donne. E serve a spiegare la misura del loro disagio se colpiti dalla critica femminile; l’impossibilità per la donna di dire questo libro è brutto, questo dipinto manca di personalità, o qualunque altra cosa, senza suscitare molto più dolore e molta più rabbia di un uomo che esprimesse le stesse critiche. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; viene eliminata la sua idoneità alla vita. Come potrà continuare a giudicare, civilizzare gli indigeni, emanare leggi, scrivere libri,vestirsi a festa e sproloquiare ai banchetti, se non riesce a vedersi a colazione e a cena almeno il doppio di quanto è realmente? L’idea dello specchio è di importanza suprema perché potenzia la vitalità, stimola il sistema nervoso. Eliminatela, e gli uomini potrebbero morire, come il drogato privato della cocaina”.
Virginia Woolf (1882- 1936), da “Una stanza tutta per sé”(1929).Scrittrice, saggista e attivista britannica. Considerata una dei principali letterati del XX secolo, attivamente impegnata nella lotta per la parità di diritti alle donne.
Frida Khalo - Donne sottovalutate, Europa in rovina.
“Le donne sono ancora sottovalutate. E’ molto duro essere una pittrice”.
“Sono molto preoccupata per quanto riguarda la mia pittura, soprattutto perché vorrei farla diventare qualcosa di utile. Finora, infatti, sono riuscita solo ad esprimere me stessa. Devo cercare con tutte le mie forze di fare in modo che quel poco di positivo che le mie condizioni fisiche mi permettono ancora di fare la serva anche alla rivoluzione, l’unico vero motivo di vivere”.
“Sono così maledettamente intellettuali e decadenti, che non riesco più a sopportarli”.
(il riferimento è ai surrealisti parigini; nel 1939 infatti Frida espone a Parigi) “E’ valsa la pena di venire fin qui anche solo per vedere perché l’Europa stia andando in rovina e che proprio per tutti questi buoni a nulla ci sono persone come Hitler e Mussolini.(da una lettera di Frida Khalo, 1934, pittrice messicana e rivoluzionaria)
Alda Merini - Ho bisogno di poesia.
“Io non ho bisogno di denaro. Ho bisogno di sentimenti, di parole scelte sapientemente, di fiori detti pensieri, di rose dette presenze, di sogni che abitino gli alberi, di canzoni che facciano danzare le statue, di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti. Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.”
(Io di Alda Merini, poeta)
Tina Modotti – Ho vinto un premio.
“Edward ti ho detto che qui c’è stata una mostra di fotografie? Ho esposto anch’io; all’inizio avevo rifiutato ma delle persone carine hanno insistito tanto e ho capito che interpretavano il mio rifiuto come snobismo, così ho accettato e ho vinto un premio. Ma non eccitarti, è solo la quinta parte di un premio, perché ci sono stati cinque primi premi: un modo delizioso di far piacere a molti in una sola volta, e di non dimostrarsi parziali, non ti pare? (lettera di Tina Modotti al fotografo Edward Weston, 18 settembre 1928)
Tina Modotti (1896-1942), emigrante, operaia, attrice, fotografa e rivoluzionaria.
25 novembre 2008
ilgeniodelledonne13
in redazione Annalisa Crociani, Carla Grementieri, Isabella Leoni
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
Dedicato alla tutte le donne che subiscono violenza fisica e psicologica
FARFALLE INDIMENTICABILI
LA VIOLENZA DEGLI UOMINIIl 25 novembre 1960, su una strada di montagna della Repubblica Domenicana, furono violentate e assassinate Mate, Minerva e Patria, le sorelle Mirabal, impegnate nella lotta di liberazione contro la dittatura del generale Rafael Trujillo. Il brutale assassinio provocò una profonda emozione nella nazione e favorì il rafforzarsi del movimento contro la dittatura che di lì ad un anno fu sconfitta. Le tre sorelle, soprannominate Inolvidables Mariposas (Farfalle Indimenticabili),sono diventate il simbolo della lotta alla violenza contro le donne. La data del 25 novembre, dedicata alla giornata Internazionale della violenza contro le donne, fu stabilita a Bogotà nel 1981, nel corso del primo Ecuentro Feminista de Latinoamérica el Caribe. Nel 1999 l’ONU ha reso ufficiale la ricorrenza proclamando il 25 novembre GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
Donne, una strage senza fine: durante la giornata parlamentare contro la violenza alle donne (nov.08), l’ Istat ha reso noto che nel nostro paese dieci milioni di donne, tra i 14 anni e i 59, sono state molestate sessualmente. 500mila sono stati gli stupri. 900mila i ricatti al lavoro. Dati del 2007 rivelavano che almeno 6.743.00 donne italiane in età compresa tra i 16 e i 70 anni hanno subito, almeno una volta nella vita, una violenza sessuale o fisica.
Pericolo tra la mura di casa: ogni giorno ci sono donne che soffrono tra le pareti domestiche, vittime di continue violenze, costrette a viverle in silenzio perché non trovano la forza di ribellarsi o non sanno a chi aggrapparsi.
“Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel 62,4% dei casi, le violenze sessuali nel 68,3% e gli stupri a 69,7% dei casi. I partner sono dunque responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e delle forme più gravi di violenza sessuale”. ( dichiarazione Viminale 2007)
Femminicidio: In Italia, ogni anno, viene uccisa una donna ogni tre giorni.
La violenza familiare, per le donne tra i 16 e i 44 anni, in Italia e in Europa, è la prima causa di morte.
Fino al 23 ottobre ’08, in Italia, sono state uccise 85 donne: 21 da sconosciuti e la stragrande maggioranza da marito, convivente, fidanzato, amante o ex; alcune anche dal padre o dal figlio.
LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
Shamsia, 17enne studentessa di Kandahar, sfigurata dall’acido gettatole in faccia dai talebani che non vogliono che le donne vadano a scuola ha detto: “Continuerò ad andare a scuola anche se mi dovessero uccidere. (…) Ai miei nemici lancio questo messaggio : anche se ci riprovassero altre cento volte , io continuerò i miei studi. Sto studiando per ricostruire il mio paese”Donne discriminate perché in gravidanza (Italia).
Donne lapidate perché adultere (Iran, Somalia).
Donne imprigionate perché vogliono libertà e democrazia (Birmania).
Donne uccise perché hanno osato scrivere la verità (Russia).
Donne vendute e comprate per prostituirsi perché povere.
Donne violentate dai pedofili perché bambine.
Donne… Donne… Donne… Donne… Donne…
Donne sfigurate perché vogliono studiare (Afghanistan).
Donne minacciate di morte perché denunciano l'impunità degli assassini di donne a Ciudad Juarez (Messico).
Marisela, presidente di Nuestras Hijas de regreso a casa.
Dal 1993 a Ciudad Juárez, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, oltre 470 donne, adolescenti e bambine, sono state assassinate secondo lo stesso rituale: rapimento, tortura, sevizie sessuali, mutilazioni, strangolamento. Inoltre, sono più di 600 i casi di donne scomparse e non ritrovate a Ciudad Juarez e nella regione di Chihuahua. Noto come "femminicidio" questo fenomeno è diventato la più vergognosa violazione dei diritti umani nella storia del Messico degli ultimi anni. Il clima di impunità continua a crescere senza che al momento siano state compiute azioni concrete per mettere fine a questa situazione e mentre le autorità messicane occultano la gravità dei fatti, nuovi corpi straziati di donne vengono ritrovati ad un ritmo crescente. Nell'occhio del ciclone per la sua negligenza ed incompetenza, la polizia messicana ha cercato di placare le proteste dell'opinione pubblica trovando dei capri espiatori, persone che hanno confessato la loro colpevolezza sotto tortura. Non solo la polizia non è riuscita a fermare il "femminicidio", ma si è anche resa colpevole di questi gravi abusi”.
Donne sfregiate, picchiate, licenziate perché lesbiche (Italia).
Luana, ex giocatrice di calcio in serie A, oggi agente di polizia, lesbica dichiarata e allenatrice di una squadra di calcio femminile, è stata licenziata dalla società per la sua sessualità con un sms di un dirigente su cui era scritto: “Questa società è pulita non ha al suo interno drogati o omosessuali”. Sono seguite pubbliche scuse da parte della società di Lendinara e il licenziamento del dirigente autore del misfatto con la richiesta a Luana di ritornare a fare l’allenatrice.
A Roma pugni e calci a una studentessa lesbica a colpi di “gay di merda” e a Napoli, in un bar, due ragazze sono state sfregiate in faccia con un bicchiere.
Donne perseguitate come prede (Italia).
La vita di un milione139mila donne italiane è distrutta dallo stalking cioè con telefonate, messaggini, minacce, molestie e qualsiasi altro atteggiamento che le mette a disagio con comportamenti persecutori, diretti o indiretti ma comunque ripetuti nel tempo, che incutono uno stato di soggezione nella vittima provocando un disagio fisico o psichico e un ragionevole senso di timore. In circa 9 casi su 10 c’è un’impronta familiare tra vittima e autore. Il 50% ha a che fare con partner ed ex-partner e il 5% avviene tra genitori e figli.
Martedì 25 Novembre.
Sarebbe bello che non fosse un giorno solo per ricordare, ma un giorno che spinga a rendersi conto del grave problema che investe le donne, che spinga ad agire, ad attuare strategie per aiutare e sostenere le vittime delle violenze, un giorno che spinga affinché si salvaguardi tutti i giorni e in ogni circostanza l’integrità di tutte le donne specie quando tali violenze si compiono nel segreto delle mura domestiche...
CIAK /L’OCCHIO DELLE DONNE di Annalisa Crociani
Fu Vittorio de Sica, maestro indiscusso del neorealismo italiano, a imporre sul grande schermo una storia che narrava la terribile esperienza dello stupro. La ciociara entra nelle sale cinematografiche italiane con prepotenza e senza mezzi termini nel 1960. La scena nella quale Cesira, interpretata da una appena ventiseienne Sofia Loren, e Rosetta, la figlia appena tredicenne, vengono violentate da un gruppo di soldati marocchini (siamo nella seconda guerra mondiale) rimarrà per sempre negli annali del cinema. De Sica sembra concepire lo stupro come metafora della guerra: così come la donna e la bambina pur ritornando alla vita normale, non saranno più le stesse di prima, anche l'intero Paese deve ritrovare faticosamente una sua dimensione dopo una lunga e lacerante guerra.
Una storia bella ed amara a cui il film non rende sempre la dovuta giustizia è Boys don’t cry dell’americana Kimberly Peirce, al suo esordio con questa toccante pellicola del 1999 che racconta la storia vera di Teena Brandon, una ragazza che si sente un ragazzo e si finge tale facendosi chiamare Brandon Teena. Nel piccolo paesino del Nebraska in cui vive, Brandon è felice: esce con i suoi amici e soprattutto è adorato da molte ragazze, che di lui si dicono entusiaste perchè non hanno mai conosciuto un ragazzo così sensibile. Un giorno Brandon incontra Lana e se ne innamora ricambiato, ma le cose prendono una brutta piega quando gli amici di lei scoprono chi è Brandon in realtà. La scena dello stupro e dell’omicidio di Brandon è viscerale quanto toccante e di una drammaticità che rasenta il sopportabile.
Anche la regista e sceneggiatrice Fiorella Infascelli dice di essersi ispirata per Il vestito da sposa del 2004 a una storia vera per raccontare la vicenda di Stella che vede la sua vita distrutta da una violenza terribile quanto improvvisa. La donna poco prima delle nozze viene violentata da una banda di malviventi e, sfumato il matrimonio, mesi dopo si innamora, senza riconoscerlo, del proprio stupratore. Il film, presentato al Festival di Locarno, ha fatto scalpore. Per le emozioni inquietanti che suscita, per la violenza e l'estrema fisicità di cui è intriso, e proprio perché alla fine non emette sentenze morali, lasciando al pubblico il compito di trovare la sua verità.
I RACCONTI DELLE DONNE di Isabella Leoni
Creatura di vetro
Da quando mi sono chiusa in camera, due giorni fa, non smetto di andare avanti sulle sabbie di un deserto senza via d’uscita, dove l’orizzonte è segnato da una linea azzurra, sempre mobile, e io sogno di attraversare quella linea blu per camminare in una terra senza meta, senza pensare a quanto potrebbe accadere. Mi alzo, mi tolgo il pigiama per lavarmi e sbarazzarmi di una questione che mi ossessiona e di cui non riesco a parlare nemmeno con me stessa.Sotto lo scroscio dell’acqua mi sento meglio, anche se lo stomaco protesta contro la fame e la sete. Non ho voglia di mangiare, tantomeno vedere qualcuno.In questo momento. Domani e gli altri giorni dopo domani. La cantilena dei miei genitori, l’ansia di Carmen, le discussioni ed i sospiri aldilà della porta chiusa a chiave. Loro fuori, io dentro. Fuori, andate via. La stanza è piena delle loro parole. Suoni metallici che si perdono nell’aria, fluttuando sopra la mia testa. Vedo mozziconi di frasi salire lentamente per andare a sbattere contro il soffitto e mescolarsi con i vapori del bagno (la porta a fianco del letto è aperta, sulle piastrelle color ocra gocce d’acqua percorrono rivoletti frastagliati). E mi incanto a guardare il soffitto. Lassù, come stracci di nuvola, le parole si sciolgono al contatto con il muro per ricadere sotto forma di goccioline sulla mia testa. E’ l’unico modo per distrarmi e non pensare: mi lascio ricoprire dalle parole che scivolano indisturbate sul corpo ferito (buio, dottore, chiuso, male, problema, testa. Messe insieme, non hanno un grande senso … ma che cosa, ormai, ha significato?). Il soffitto, costellato di segni, sembra una grande lavagna
. Le parole in sillabe, le sillabe in lettere. Puf! le ripeto e le ripeto, finché non esplodono come bolle di sapone. Acqua, vapore, gocce sui vetri appannati della finestra in bagno (ne scorgo solo un triangolino,una piccola ferita aperta sulle piastrelle color ocra) e lacrime salate. La mamma e le solite frasi fatte, vorrei solo essere lasciata in pace (esci, su, non fare la bambina, dovrai pur mangiare qualcosa. Lo sai che cosa ha detto il dottore, che non hai nulla. Non serve a niente barricarti in camera, dovresti vedere amici, uscire a divertirti, mangiare regolarmente. E un po’ alla volta il mal di testa passa. Lo capisci o no che così peggiori la situazione?). Ma che ne sa lei della mia situazione, che ne sanno i dottori, che ne sanno del vuoto che mi circonda. Che ne sanno. Ecco,arrivi puntuale come un orologio: fitta sull’occhio destro, sul sinistro, una terza. Il martello macina un tempo infinito. Mi sembra di impazzire, vorrei sbattere la testa contro il muro per contarne i pezzetti a terra. Provo a raccogliere i brandelli dell’anima, ma sono talmente piccoli, sparsi dappertutto. Poi arriva il buio.(mamma, vieni a prendermi, sono davanti alla stazione. no, non ho preso il treno, ho la testa che mi scoppia. non è successo niente, non ti preoccupare, ma vieni a prendermi, ti prego, mi sento la febbre). Nell’oscurità della stanza sono al sicuro e un po’ alla volta il dolore passa. Mi addormento per un attimo, stretta fra le mie braccia. Qui dentro nessuno può farmi niente. (a passo spedito verso la stazione dei treni, in tasca il biglietto per Bologna, ore 23,15. il borsone da viaggio pesava tremendamente. forse facevo meglio ad accettare il passaggio in macchina di mia sorella. oltre ai vestiti, i sudati libri, carica del primo esame. me lo sentivo sulle spalle come una enorme valigia interna. chissà perché mi è venuto in mente Sisifo e il masso trasportato su per la montagna. l’aria era frizzante, la luce dei lampioni irradiava strane sagome sugli ippocastani che sembravano muoversi a passo di danza. poi una fitta al fianco, forse una bottiglia. sì una bottiglia contro il fianco e un urto violentissimo. mi sono ritrovata a terra sul marciapiede, la testa contro il selciato. quando l’ho visto su di me, non potevo scappare. non potevo urlare, una mano grande mi premeva sulla bocca. non fiatare, diceva. sangue, saliva, vomito, quell’uomo puzzava di alcool e di vomito. Rantolava e mi strappava le mutande. dio mio, non puoi, non io, ti prego … poi il buio.) Bussano di nuovo alla porta (ma cosa c’è ancora), fisso la maniglia che si abbassa e si alza ritmicamente. Sarà sicuramente la mamma. Mi giro dall’altra parte del letto, il cuscino è un macigno bollente. Sorrido ripensando all’enorme sasso trasportato su per la montagna dall’incrollabile Sisifo. Tanta fatica e poi quel macigno rotola di nuovo a valle. L’esame … l’appello mancato … completamente dimenticati. Avevo promesso di chiamare Angela per festeggiare con lei la prima scalata. (quando ho ripreso conoscenza ero sola, stesa a terra, cocci di vetro sul marciapiede. lui se ne era andato. il suo odore era rimasto, me lo sentivo addosso. mi sono toccata: il ventre indolenzito, sulle cosce grumi di sangue, piccoli tagli dovunque. una tremenda fitta alla testa. la testa, dovevo avere sbattuto la testa cadendo sul marciapiede. mi sono alzata e le gambe mi hanno accompagnata alla stazione con il borsone in spalla. una coppia di anziani aspettava, valigie in mano, all’ingresso. con gli occhi ho cercato il bagno pubblico. segnalino verde toilette e donnina stilizzata, sono entrata. la chiusura della porta rotta. specchio, lavandino e bidone, in un angolo la turca. ho appoggiato il bidone contro la porta e ho lasciato scrosciare l’acqua dal rubinetto. non avevo il coraggio di alzare lo sguardo sullo specchio. il mostro poteva affacciarsi e vomitarmi in faccia ti è piaciuto, vero? le brave bambine non passeggiano di notte da sole, non la sai la storia di cappuccetto rosso? rosso, il sangue, le mani, le braccia graffiate di terra e di sangue. mentre leggevo acqua non potabile, sentivo gli aghi dell’acqua sulla pelle. mi sono asciugata con delle salviette senza alzare gli occhi dal pavimento. ho tirato fuori dal borsone le mutande e una gonna. mi sono cambiata senza lavarmi: l’interno delle cosce, lavorato da tagli concentrici e polvere di vetro, mi bruciava. fottiti bastardo vigliacco non sei un essere umano meriti la morte come hai potuto e ora cosa faccio. ho preso il cellulare dalla tasca della giacca: una chiamata persa, mamma, vieni a prendermi, sono davanti alla stazione.) Avverto di nuovo il suono secco della maniglia che si abbassa lentamente. Mi alzo e mi avvicino alla porta. – Mamma, sei tu? – chiedo con la bocca appoggiata sul legno freddo. Nessuna risposta. Tanto so che ci sei, forse ci hai persino dormito attaccata alla porta, per origliare i miei movimenti. Decido di girare la chiave: infatti ti trovo lì, in piedi, lo sguardo assente. Ti guardo e leggo nei tuoi occhi una disperazione che non è solo la mia. Mamma, tu non sai, non hai capito, vero? … apro la porta per farla entrare. La stanza viene invasa dal chiarore del giorno. - Ma che ore sono? – le chiedo. I geroglifici sul soffitto prendono velocemente la via verso l’uscita, un vortice di parole si dissolve, trovando la libertà in quella luce accecante.Racconto di Isabella Leoni
4 ottobre 2008
ilgeniodelledonne12in redazione:
annalisa crociani, carla grementieri, sabina spazzoli
Essere donne… in movimento
Dedicato alle donne coraggiose, alle donne femministe, alle donne resistenti e
alla loro capacità di ribellarsi alle ingiustizie che da sempre le accompagnano…
LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
Afghanistan: Malalai Kakar, capitana di polizia.
Malalai Kakar, 40 anni, madre di sei figli, dirigeva il dipartimento dei crimini contro le donne ed era la poliziotta più celebre del paese, uno dei simboli dell'Afghanistan del presidente Karzai. Questa donna Resistente è stata assassinata il 28 settembre’08 in un agguato davanti a casa sua a Kandahar, roccaforte dei taleban. Malalai,
in forza alla polizia locale con il grado di capitano, dirigeva il dipartimento reati contro le donne e sapeva di essere nel mirino dei fondamentalisti; “è stata presa di mira da uomini armati mentre si apprestava ad andare al lavoro in macchina; è morta sul colpo e uno dei suoi figli, che era con lei, è rimasto ferito ed è in coma” recita un’agenzia giornalistica.La capitana, era stata minacciata più volte dai taleban, del cui movimento la grande città del sud dell'Afghanistan è stata la culla, ed era già scampata ad alcuni tentativi di assassinio. La rivendicazione dell'omicidio non si è fatta attendere: «Kakar era uno dei nostri bersagli e siamo riusciti a eliminarla», ha dichiarato un portavoce dei taleban. Figlia e sorella di poliziotti, assunta dalla polizia alla fine degli anni '80, Malalai, fuggita dal paese all'arrivo al potere dei taleban, che avevano proibito alle donne di lavorare e ritornata in patria nel 2001, era la poliziotta più famosa dell'Afghanistan, un simbolo del riscatto femminile. Dopo aver rinunciato a portare il burqa due anni fa, i taliban l'avevano minacciata più volte, ma lei non aveva mai chinato la testa: "Era una donna molto coraggiosa", dicono i colleghi. Aveva preso parte anche ad operazioni di sequestro di armi e di droga nella zona di Kandahar e numerosi articoli della stampa afghana e internazionale avevano parlato di lei. Ad un rotocalco francese aveva dichiarato: “Una volta ho perquisito una casa e ho trovato una donna e il figlio incatenati. Erano sopravvissuti per dieci mesi mangiando croste di pane. La donna era una vedova che era stata data in sposa al cognato che poi aveva divorziato da lei. Quando la ex moglie si era presentata da lui per raccogliere i suoi miseri averi, l’aveva rinchiusa in una gabbia con il figlio di dieci anni”.
L'assassinio di Malalai arriva al culmine di un’escalation di violenza in tutto il paese dove incursioni dei taleban e sanguinosi scontri con le truppe delle coalizione internazionale USA e Nato presente con 70mila soldati, sono all’ordine del giorno.Non sbiadisca il ricordo di questa donna Resistente assieme a quello di tante maestre fucilate, pugnalate, sgozzate in Afghanistan perché hanno osato insegnare alle bambine e alle centinaia di donne uccise finora dal fondamentalismo islamico perché hanno rifiutato le leggi dell’invisibilità e della sottomissione all’uomo.
Birmania: Aung San Suu Khy, pacifista, Nobel per la Pace 1991.
Suu Khy, birmana, è figlia del generale Aung San, eroe nazionale che avviò il Paese all’indipendenza dalla Gran Bretagna, assassinato nel 1947 quando lei aveva appena due anni. Laureata ad Oxford, sposata ad un inglese e madre di due figli vive in esilio, fino al 1988 quando torna in Birmania per assistere la madre malata. Non lascerà più il suo paese per combattere, in modo non violento, per i diritti e la libertà del suo popolo oppresso da quarant’anni di dittatura militare. Nello stesso anno diventa la leader della Lega nazionale per la democrazia che stravince le elezioni politiche nel 1990 con l’80 % dei seggi ma la giunta militare rifiuta di riconoscere l’esito del voto e la condanna agli arresti domiciliari per reati d’opinione senza istituire alcun processo. I suoi sostenitori, ancora oggi, sono regolarmente arrestati, torturati e anche uccisi in occasione d’ogni manifestazione pacifica. Le sue armi sono i discorsi, gli scioperi della fame, la non violenza, la scelta di esporsi in prima persona. Liberata a volte, anche per le pressioni internazionali, è ritornata agli arresti domiciliari quando ha dimostrato pacificamente rimanendo anche chiusa in auto per tredici giorni, senza cibo né acqua per protestare contro la sistematica violazione dei diritti civili in Birmania. Ha detto e ha scritto nel suo libro Libera dalla paura: ”Anche se non sappiamo cosa accadrà, dobbiamo proseguire, meglio che possiamo, senza tentennamenti, lungo la strada prefissata. Anche se non sappiamo cosa accadrà è giusto che lottiamo. Se mi chiedete se otterremo la democrazia, vi dirò, non chiedetemi se avverrà. Continuate solo a fare ciò che vi pare giusto…” Non è più uscita dal suo Paese per timore di non potervi più rientrare; il premio Nobel conferitole nel 1991 è stato ritirato da uno dei due figli. Non si è mossa nemmeno nel 1999 per l’ultimo saluto al marito morente che non aveva ottenuto il visto per entrare in Birmania. Ha continuato e continua tutt’oggi a far sentire la sua voce di protesta contro il ferreo regime dittatoriale che impone, appena tenta di muoversi, una serie di dure limitazioni alla sua libertà personale, che le impedisce di viaggiare liberamente per il paese e incontrare i membri del suo partito e i suoi sostenitori.
Nel mio viaggio in Birmania (1997), ho raccolto testimonianze d’affetto e d’ammirazione per Suu Khy che è adorata dal suo popolo. A volte una folla numerosa si raduna a Rangoon, davanti ai cancelli del giardino della sua casa (domenica pomeriggio ore 16) quando questa donna Resistente parla di diritti e libertà negati. Tutta la zona dove abita, vicino all’Università, è strettamente sorvegliata e interdetta agli stranieri.
CIAK /L’OCCHIO DELLE DONNE di Annalisa Crociani
Le pioniere del cinema
Perché una donna che nell’arco di poco più di venticinque anni ha firmato e prodotto oltre 800 film è stata dimenticata.
Non solo la francese Alice Guy-Blancé è stata la prima donna regista, ma addirittura la prima su tutti ad utilizzare per il grande schermo un vero e proprio soggetto. Eppure per il mondo cinematografico resta una semi-sconosciuta. Nel 1895, l’appena ventiduenne Alice entra come impiegata alla Gaumont, la prima casa cinematografica che diverrà in breve famosa in tutto il mondo. Grazie alla sua curiosità e intraprendenza la giovane donna giorno dopo giorno, seppur dietro ad una scrivania, impara come si producono le immagini, tanto che un anno dopo la sua assunzione, quando la richiesta di film di fiction diventa incalzante, Leon Gaumont in persona si rivolge a lei, precisando che durante le riprese il suo lavoro ordinario di segretaria doveva essere portato regolarmente a termine. Fu così che Alice, tra scartoffie d’ufficio e posta da inviare, gira “La fée aux choux – la fata dei cavoli”, il primo film di fiction della storia del cinema, anticipando di qualche mese il famoso George Melies. Se la Guy fu indiscutibile pioniera nel campo della regia di fiction lo fu altrettanto nella sperimentazione tra immagine e suono. Nel 1900, ancora una volta anticipando sul tempo tutti, compì veri e propri studi ed esperimenti per sincronizzare il suono all’immagine, utilizzando il Chronophone, invenzione dello stesso Gaumont. Ma nei cataloghi dei film della Gaumont, la Guy, per sua stessa volontà, non fu mai citata a causa dell’usanza corrente che riteneva disdicevole per una donna vantarsi dei propri meriti. Il suo nome è stato quindi omesso da ogni documento ufficiale tant’è che la Guy fu “scoperta” e celebrata sotto l’impulso dei movimenti femministi solo dopo la sua morte avvenuta nel 1964 a 95 anni. Da allora la sua opera, che si credeva quasi interamente perduta, è stata in parte ritrovata e riproposta.E’ un’altra francese una delle cineaste e teoriche più ingiustamente trascurate dalla cinematografia ufficiale. Si tratta di Germane Dulac che ricopre un ruolo di primaria importanza nel processo di riconoscimento del cinema non più inteso semplicemente come cinematographique ma assunto al ruolo di settima arte. La Dulac (1882-1942) portò nel cinema uno sguardo rivoluzionario e nuovo, proponendo sullo schermo donne seduttive, determinate, consapevoli, sessualmente disinibite e libere dal vincolo del matrimonio. Persino i misogini surrealisti dell’epoca, che vedevano sovente la donna come statico oggetto del desiderio maschile, entrarono in forte contrasto con la regista arrivando a semi-distruggere la sala nella quale nel 1927 era stato proiettato “La cocuille et le clergyman”, tratto da un’opera del surrealista Antonin Artaud. In questa occasione e non solo Breton e compagni accusano la Dulac di aver travisato il senso dello scritto dell’autore teatrale. Come la Guy anche la Dulac e la sua autentica avanguardia fu scoperta e rivalutata solo a distanza di decenni.
“Penso che sia stato il primo bambino che ebbe l’idea di mettere le sue manine davanti ad una fonte luminosa muovendo le dita per vedere l’ombra smisuratamente ingrandita danzare sulle pareti di una grotta o sul muro, ad inventare il cinematografo. Ma l’opinione corrente è che il cinema è figlio della lanterna magica, della fotografia e dell’elettricità”. Alice Guy
IL SIPARIO DELLE DONNE di
SABINA SPAZZOLI
Cosa significa essere donna in teatro?
Giorni or sono, a tarda notte, non so più su quale rete RAI, passava un breve servizio su Emma Dante quarantenne "ragazza" siciliana, attrice, autrice, regista teatrale. Vincitrice di due "Premi Ubu" e di un "Premio Scenario" è, forse, la donna più rappresentativa del teatro italiano contemporaneo. Un teatro intimo e viscerale, con testi appassionati, come solo le donne sanno scrivere. La Dante ha calcato i palcoscenici di tutta Europa, regalando al teatro italiano importanti attestati di stima e riconosciute capacità innovative, e la TV le dedica pochi minuti ben dopo mezzanotte. Tutto questo ha fatto da detonatore ad una domanda che, ciclicamente, negli ultimi vent'anni, mi viene alla mente: "Cosa significa essere donna in teatro?"
La donna compare nel mondo del teatro tardi. Inizialmente se ne parla come di "personaggio" e non di "persona". Si pensi ai ruoli femminili vergati dai grandi tragici greci (Ecuba, Cassandra, Andromaca, Ifigenia, Elettra, Clitennestra, Antigone, Fedra, Medea, etc.) o a quelli della commedia, uno per tutti Lisistrata. "Personaggi" poiché è un attore uomo, supportato dall'ausilio della maschera, a salire sul palcoscenico a dare corpo all'essere donna.
Con il passare dei secoli le cose restano pressoché immutate (eccezione Hildegrd von Bingen, monaca e drammaturga, vissuta tra XI e XII secolo) e ancora nell'Inghilterra elisabettiana le parti femminili vengono portate in scena da giovinetti imberbi, dai corpi efebici e dalle voci non ben definite. E' per loro che Shakespeare dà vita a Desdemona, Giulietta, Ofelia, etc.
In Italia nomi di attrici appaiono per la prima volta nel "foglio paga" delle compagnie teatrali negli ultimissimi anni del Quattrocento. Esempio più rilevante quello di Isabella Andreini (1562-1604), attrice grandissima, letterata, poetessa e "manager" della compagnia da lei fondata: I Gelosi. Di Isabella si parla come della prima femminista, donna di fascino, spirito, bellezza e personalità tali da dare il suo nome ad una "maschera" ricorrente nelle sue rappresentazioni. Sono i tempi della Commedia dell'Arte, quando i "tipi" femminili iniziano a delineare le diverse personalità di donna e il cambiamento diventa tangibile.
A contribuire al nuovo ruolo giocato sulla scena dai personaggi femminili (ora "persone" dal momento che i loro panni sono vestiti da attrici e non più da attori) sono senza dubbio, nel corso del XVII secolo, Racine e Molière. E proprio con Racine fanno la loro comparsa sulla scena le prime "grandi attrici" (la Du Parc e la Champmeslé) che si contendono i ruoli della protagonista in Andromaque, Iphigénie, Bérenice, Phédre, Athalie (già i titoli sono indicativi del diverso ruolo della donna all'interno del teatro). Lo stesso si può dire di Molière che conosce il primo grande successo di pubblico con una "pièce" al femminile (seppur poco "femminista") Les precieuses ridiculs, seguita da L'Ecoles des femmes e da Les femmes savantes (anche qui i titoli la dicono lunga sugli argomenti) scritte su misura per le attrici della sua compagnia.
A togliere la maschera alla Commedia dell'Arte contribuisce, finalmente, Carlo Goldoni, il quale mostra il vero volto dell'età dell'Illuminismo, facendo assurgere proprio la donna al centro della scena. Una donna vivace e sottilmente femminile, accorta e seducente, volitiva e sicura, più o meno capricciosa al cui vertice si colloca Mirandolina de La Locandiera.
Col XIX secolo, al cambiare dei costumi, cambiano i ruoli sulla scena e fanno il loro ingresso figure di donne tormentate, alle prese con il cambiamento della loro figura sociale. Le grandi attrici, sempre più spesso capocomico della compagnia, a partire dalla Ristori ma, ancor più la Duse e la Bernhardt, si misurano con le protagoniste di Cechov, Ibsen, Strindberg e la donna diventa la chiave di volta della drammaturgia, come accade a Marta Abba con Luigi Pirandello.
Ancora oggi i drammaturghi, si sa, sono uomini e scrivono in gran parte per attori uomini. Maschili sono la maggior parte dei ruoli delle "pièces" teatrali contemporanee da Miller a Beckett. Eccezione, in Italia, Dacia Maraini, drammaturga, purtroppo poco rappresentata, con protagoniste schiacciate dal loro essere donne, vincenti solo per forza di ribellione.
Insomma un teatro di "prime attrici" relegate in bei ruoli di tradizione, ma in sottordine. Nel teatro contemporaneo si scrive ancora una volta per "lui" e non per "lei". Impresari e direttori di teatri sono convinti, conti alla mano, che l'attrice, seppur brava, "non chiama", non porta gente a teatro. Proclemer, Falk, Guarnieri, Lazzarini, Lojodice, Crippa, Pozzi, Bonaiuto, etc. sono oneste e riservate signore che svolgono con coscienza ed impegno il loro "mestiere" faticoso, fatto di sacrifici e rinunce. Sono donne che danno lustro al paese, come lustro sta dando Emma Dante, ormai da diversi anni, ma che non trovano spazio nell'informazione quotidiana. I giornali ne parlano sempre più di rado e la TV aspetta di mandare in onda i servizi dopo mezzanotte quando, si sa, Cenerentola è già rincasata.
4 maggio 2008
ilgeniodelledonne11
in redazione:annalisa crociani, carla grementieri
a tutte le donne dei movimenti femministidedicato
Le origini: verità e leggenda
Cosa significa femminismo?
(definizione tratta dal vocabolario Devoto-Oli.)Movimento diretto ad ottenere per la donna condizioni sociali e politiche paragonabili a quelle dell’uomo.
La parola femminismo è usata in mille modi diversi, a volte anche in senso dispregiativo. Ma che cosa è realmente il femminismo? Il femminismo è stato ed è un movimento al femminile che si propone di ottenere per le donne gli stessi diritti ed opportunità degli uomini, sia in campo civile che in campo politico-sociale; un movimento che si batte per il diritto della donna di esprimere liberamente la propria personalità. All'inizio il movimento femminista si impegna sul diritto al voto, all'istruzione, al lavoro… in seguito il movimento, superando la fase della rivendicazione della parità tra i sessi, comincia ad affermare con forza la specificità dell'identità femminile mettendo in discussione le istituzioni sociali ed i valori dominanti nelle varie società.
Come nasce il femminismo?
Semplificando, si può dire che il movimento femminista nasce durante la rivoluzione francese quando Olympe de Gouges, nel 1791, presenta al governo rivoluzionario, l'Assemblea Costituente di Parigi, una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina rivendicando i diritti delle donne. La petizione è respinta e la testa di Olympe cade sotto la ghigliottina. Il movimento femminista non si arresta ma cresce sempre più numeroso in Francia, in Inghilterra e in Germania sostenendo con fermezza l'emancipazione femminile. Nel 1792, in Inghilterra, Mary Wollstonecraft scrive Vindication of the Rights of Woman e nel 1903, Emmeline Pankhurst fonda la Women's So cial and Political Union che, con manifestazioni clamorose e spesso violente delle suffragette, riesce a ottenere per la donna il diritto al voto politico nel 1918. Anche negli Stati Uniti il movimento delle donne è molto attivo ma mai violento.
In Italia il movimento per i diritti delle donne nasce in ritardo rispetto ad altri paesi; quando la rivoluzione industriale, alla fine dell’800, comincia ad occupare come forza lavoro anche le donne, le stesse pongono problemi quali l'orario di lavoro da conciliare con il lavoro casalingo, la tutela della maternità… Si formano, così, dei gruppi femminili che all'inizio sono formati per lo più da donne della borghesia e in seguito nascono anche movimenti di donne socialiste. Pioniere del movimento per i diritti della donna citiamo, tra le tante, Anna Maria Mozzoni, Sibilla Aleramo ed Anna Kuliscioff.
Alcune delle tappe fondamentali del cambiamento della condizione femminile nella società italiana sono state conquistate sopratutto con l’impegno e la lotta delle donne: il diritto di voto ottenuto nel 1945, la legge 1204/71 sulla tutela delle lavoratrici madri, la legge 151/75 recante il nuovo diritto di famiglia, la legge sul divorzio del 1970 poi confermata dal referendum popolare del 1974, la legge 903/77 sulla parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, la legge 194/78 sull'interruzione volontaria della gravidanza,…
LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
DICHIARAZIONE DEI DIRITTI DELLA DONNA E DELLA CITTADINA (1791) di Olympe De Gouges
Preambolo
Uomo, sai essere giusto? E' una donna che te lo domanda: non vorrai toglierle questo diritto.
Dimmi, chi ti ha dato il sovrano potere di opprimere il mio sesso? La tua forza? Le tue capacità? (…)
Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l'ignoranza, l'oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono la cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri . (…)Diritti della Donna e della Cittadina.
ARTICOLO I La Donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell'uomo. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull' interesse comune.
ARTICOLO Il Lo scopo di ogni associazione politica
è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell'Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà. la sicurezza e soprattutto la resistenza all'oppressione.à risiede essenzialmente nella nazione. Che è la riunione della donna e dell'uomo: nessun organo, nessun individuo può esercitarne autorità che non provenga espressamente da loro.
ARTICOLO III Il principio di ogni sovranitARTICOLO IV La libert
à e la giustizia consistono nel restituire tutto ciò che appartiene ad altri; cioè l'unico limite all'esercizio dei diritti naturali della donna, la perpetua tirannia dell'uomo, cioè, va riformato dalle leggi della natura e della ragione.ARTICOLO V Le leggi della natura e della ragione proibiscono tutte le azione nocive alla societ
à: tutto ciò che non è proibito dalle leggi sagge e divine, non può essere impedito e nessuno può essere costretto a fare quello che esse non ordinano.ARTICOLO VI La legge deve essere l'espressione della volont
à generale: tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente o con i loro rappresentanti. alla sua formazione; essa deve essere uguale per tutti: tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammessi a tutte le dignità, posti e impieghi pubblici, secondo le loro capacità e senza altre distinzioni che quella delle loro virtù e dei loro talenti.ARTICOLO VII Non
è esclusa nessuna donna; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi stabiliti dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa Legge rigorosa.ARTICOLO VIII La Legge deve stabilire solo pene strettamente e evidentemente necessarie e nessuno pu
ò essere punito se non in virtù di una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.ARTICOLO IX Su ogni donna dichiarata colpevole la Legge esercita tutto il rigore.
ARTICOLO X Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni anche di principio, la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve pure quello di salire sul podio sempre che le sue manifestazioni non turbino l'ordine pubblico stabilito dalla Legge.
ARTICOLO XI La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni
è uno dei diritti più preziosi della donna poiché questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio vostro, senza che un pregiudizio barbaro la forzi a nascondere la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.ARTICOLO XII E' necessario garantire i diritti della donna e della cittadina; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti e non solo di quelle cui
è affidata.ARTICOLO XIII Per il mantenimento della forza pubblica e per le spese dell'amministrazione, i contributi della donna e dell'uomo sono uguali; essa partecipa a tutti i lavori ingrati, a tutte le fatiche, deve quindi partecipare alla distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche, delle dignit
à e dell'industria.ARTICOLO XIV Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di constatare da s
oli o tramite i loro rappresentanti, la necessità del contributo pubblico. Le Cittadine possono aderirvi soltanto con l' ammissione di un'eguale divisione, non solo nella fortuna, ma anche nell'amministrazione pubblica e di determinare la quantità, l' imponibile la riscossione e la durata dell'imposta.ARTICOLO XV La massa delle donne coalizzata con gli uomini per la tassazione ha il diritto di chiedere conto della sua amministrazione a ogni agente pubblico.
ARTICOLO XVI Ogni società in cui la garanzia dei diritti non
è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha costituzione; la costituzione è nulla se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione non ha cooperato alla sua redazione.ARTICOLO XVII Le propriet
à sono di tutti i sessi riuniti o separati; esse hanno per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno può esserne privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica legalmente constatata, lo esiga in modo evidente e a condizione di una giusta e preliminare indennità.Ai primi di novembre del 1793 si tiene il processo che vede imputata Olympe: il tribunale dichiara colpevole la 45enne donna di lettere e la condanna alla decapitazione per aver attentato alla sovranità del popolo francese con scritti che mettono in discussione la forma di governo repubblicano e per aver fondato associazioni e circoli femminili.
CIAK /L’OCCHIO DELLE DONNE di Annalisa Crociani
Se a bruciapelo si domanda ad una donna qual è il film più femminista che conosca, la risposta sarà, nove volte su dieci questa: Thelma e Louise, seguito dall’immancabile commento: meraviglioso. Senza nulla togliere al grande Ridley Scott è buffo, per non dire vergognoso, dover ricorrere ad un finale che della radicalità del femminismo ha decisamente ben poco: le due donne sacrificano la loro vita pur di sfuggire alle catene del potere maschile. C’è da chiedersi perché lo sceneggiatore (anch’egli uomo) non abbia pensato ad una bella inversione dell’auto che si dirige arrabbiata contro i poliziotti. Questa è l’idea del femminismo che “Thelma e Louise” fa passare: donne che cercano disperatamente di essere libere ma che sul finale devono piegarsi a costo della loro stessa vita al solito uomo di turno. Ecco perché Thelma e Louise è uno dei film più antifemministi della storia del cinema.
E’ triste constatare come in realtà i veri film sul femminismo, quelli che raccontano le lotte delle donne per le donne, le rivendicazioni di genere, la rabbia e la forza delle nere e delle lesbiche (che guarda caso vengono raramente citate) siano documentari.
Di film in cui venga sviscerata la storia del femminismo vera a propria con tutti gli annessi e connessi ce ne sono davvero pochi. Si potrebbe citare “Angeli d’acciaio” di
Katja von Garnier, autrice anche del più riuscito “Donne senza trucco”. Si potrebbe citare anche “Women” di Anne Heche, che ha attirato più i media e le fantasie maschili che le donne. Si potrebbe citare poco altro purtroppo. Paradossale in un periodo in cui escono film su ogni genere di amenità. Paradossale ma non troppo. C’è da chiedersi se questi film siano stati pensati e poi “bloccati”. Le donne fanno paura. A volte fanno paura anche alle stesse donne. Eh sì, il femminismo è ancora uno dei tabù per eccellenza, in oriente come in occidente. È un tabù per molte, incapaci di cogliere l’importanza storica delle streghe degli anni che furono. Ma è anche la triste storia di registe che non hanno voglia di subire gli attacchi delle femministe, da quelle più agguerrite a quelle più moderate. Perché il femminismo non ha una sola faccia, sia chiaro ed è difficile mostrarle tutte senza far un torto a nessuno. Per fortuna i documentari non muoiono e non sono mai scomparsi. E questo è il tempo della loro rivincita. Sbocciano come fiori in primavera: “Vogliamo anche le rose” di Alina Marazzi, “Storia del movimento femminista in Italia” di Lorella Reale e “Bellissime” di Giovanna Gagliardo. Esistono altrettante film-makers coraggiose e scomode che non accettano le mezze verità, che mostrano la realtà in tutte le sue sfaccettature. Naturalmente non vedremo mai i loro film al cinema.Ma questa è un’altra storia.
La POESIA DELLE DONNE
Autocoscienza
società
università libera
famiglia nucleare matrimonio nucleare
status quo devono scomparire rivoluzione
socialismo parole-parole-parole
senza senso…
sono sola
sola nella mia testa
non trovo aiuto
tu non puoi entrare
io non posso uscire…
collettivi
comuni
nuovi modi di vita
nuovi modi di stare assieme
dare alla vita un senso diverso
ma le tue parole non hanno senso
non riescono a raggiungermi
parli inutilmente
discuti su tutto
e poi a casa…
la politica
la prassi
scrivere lettere
avere figli
fare cose
concludere
tu, che hai fatto?
niente
io non esisto…
io non capisco
ho un blocco di cemento nel cervello
le parole mi scivolano addosso
non capisco
voglio scavare una buca e seppellirmi dentro
voglio scavare una buca e stare accanto a te
voglio scavare una buca e stare dentro di te…
Flora, 1973
Tratto da: La poesia femminista a cura di Nadia Fusini e
Mariella Gramaglia ed. Savelli 1974
8 marzo 2008
ilgeniodelledonne10n redazione: annalisa crociani, carla grementierii
GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA
a tutte le donnededicato
Perché 8 marzo?
Le origini: verità e leggenda
Com'è nata la giornata Internazionale della Donna? La questione è alquanto controversa... e sembra proprio che la versione che tutti conosciamo, quella legata all'incendio divampato in un opificio di Chicago nel 1908, sia più un leggenda che una verità, anche perché appare strano che i giornali americani dell’epoca non abbiano riportano alcuna notizia sul luttuoso episodio. Versione 1 (la più diffusa) : 129 operaie tessili di un opificio, occupato nel corso di uno sciopero, morirono bruciate vive nel 1908 a Chicago. Versione 2: altre fonti risalgono al 1857 quando a New York centinaia di operaie tessili sarebbero scese in sciopero contro i bassi salari, il lungo orario di lavoro, il lavoro minorile e le inumani condizioni di lavoro. La polizia avrebbe duramente represso lo sciopero. Versione 3: uno sciopero del 1908 cui, sempre a New York, parteciparono molte migliaia (alcuni parlano di 30.000) di lavoratrici tessili. Versione 4: il 3 maggio 1908 al Garrick Theater di Chicago doveva tenersi la solita conferenza domenicale delle donne socialiste. Quel giorno il conferenziere non si presentò. Senza perdersi d'animo, le donne organizzarono la prima Giornata della donna che ottenne una tale risonanza da far decidere di riservare l'ultima domenica di febbraio del 1909 per una manifestazione del diritto al voto femminile. E quella domenica del 1909 divenne il Giorno della Donna. Nel 1910 le socialiste americane proposero a Copenhagen per la Seconda conferenza internazionale dei partiti socialisti l'istituzione di questa famosa giornata da fissare nell'ultima domenica di febbraio. In quella sede fu proposto il diritto universale al voto e il riconoscimento dell’indennità di gestazione anche per le donne non sposate. Fu la delegata tedesca del partito socialdemocratico Clara Zetkin a proporre una data per una giornata internazionale della donna sul giornale di cui era direttrice, suscitando diversi consensi. Versione 5: l'8 marzo fu una scelta dovuta a un piccolo fatto accaduto in Russia. Il 23 febbraio del 1917, a S. Pietroburgo, sempre in occasione della Giornata della donna per le strade sfilarono operaie e mogli di operai, chiedendo pane per i figli e il ritorno degli uomini dal fronte. Il 14 giugno 1921, le donne comuniste riunite a Mosca per la Seconda conferenza internazionale, decisero di scegliere l'8 marzo come giornata internazionale dell'operaia, in ricordo delle donne che sfilarono nel 1917 contro la tirannia zarista. In Italia:oltre al tentativo del 1° maggio 1913, ce ne fu un altro il 12 marzo del 1922, ma la cosa finì lì perché il ventennio fascista stava per cominciare. Dal 1945 la ricorrenza è entrata nel calendario e nella tradizione grazie all'iniziativa dell'Unione donne italiane (di sinistra) che l'8 marzo si radunarono al liceo Visconti di Roma insieme alle Cattoliche del Centro italiano femminile, alle vedove, partigiane e sindacaliste. Tutte insieme approvarono una Carta della Donna nella quale si chiedeva la parità con l'uomo. Dal 1946, la ricorrenza fu festeggiata tutti gli anni, in tutta Italia e nel mondo che riconosce, o dice di riconoscere, i diritti delle donne.
NEL 1997 L’UNESCO HA PROCLAMATO L’8 MARZO GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA
LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
8 marzo 2008: nulla da festeggiare
Vogliamo festeggiare perché in Italia ogni due giorni una donna viene uccisa in casa e perché due milioni 938mila donne nel 2006 hanno denunciato violenza sessuale o maltrattamenti? Nel 69% dei casi autore della violenza è il marito, il compagno o un amico.
Vogliamo festeggiare per l’arresto, sabato 1 marzo, a Bologna di tre ragazze che stavano distribuendo volantini per il presidio del 4 marzo sotto il tribunale di Bologna per il processo all'aggressore di Mara per un tentativo di stupro? Le tre donne sono state fermate da agenti della DIGOS in borghese, caricate in macchina con modi brutali e condotte in questura dove sono state fotografate e preso le impronte digitali. Durante il fermo un agente ha sequestrato il cellulare di una delle ragazze che contattava un'avvocata. Le donne sono state trattenute in questura per quattro ore senza motivo. Era presente anche una poliziotta che è stata allontanata dai colleghi perché non d'accordo con i loro modi?
Vogliamo festeggiare per l’interrogatorio brutale della polizia patito da Silvana subito dopo un’ interruzione di gravidanza eseguita nel policlinico di Napoli nel pieno rispetto della legge 194?
Vogliamo festeggiare per la dichiarazione di un noto ginecologo abortista forlivese? Intervistato da un quotidiano ha dichiarato:“ Per molte donne abortire è come togliersi una verruca”. (3 marzo 2008 )
Vogliamo festeggiare con le donne ugandesi? In Uganda, come in molti altri paesi africani, imperversa l'aids: ci sono ragazze violentate da familiari o da estranei che le hanno rese sieropositive, altre che vengono sposate bambine a uomini infetti che le lasciano vedove con figli contagiati, altre che, contagiate dal marito, si ritrovano sole con i loro bambini perché l'irresponsabile se ne è andato. La società, che conosce la minaccia del male, conserva il pregiudizio che colpevolizza sempre le donne: le famiglie le scacciano come disonorate e disonoranti.
Vogliamo festeggiare con le donne congolesi? Secondo le Nazioni Unite solo nel Sud Kivu si sono registrate nell'ultimo anno non meno di 26.000 violenze sessuali e il vicesegretario per gli affari umanitari afferma che "la violenza sessuale nel Congo è la peggiore del mondo: per quantità, brutalità indiscriminata e cultura dell'impunità risulta devastante".
Nessun facile ottimismo, anche se siamo convinte di aver raggiunto nel corso del xx secolo e in questa parte del mondo, traguardi straordinari. Ma sappiamo anche che nessuna posizione può considerarsi conquistata una volta per sempre. La storia è capricciosa: conosce scarti, deviazioni, bruschi ritorni indietro, cambiamenti di rotta. Questo vale per tutti, naturalmente, per tutte le conquiste di libertà e civiltà, ma vale sopratutto per le donne le cui conquiste sono così recenti, e quindi inevitabilmente fragili.
La coscienza del rischio può servire, se non altro, a far scattare in nostro campanello d'allarme, personale e collettivo.
(Miriam Mafai)
CIAK /L’OCCHIO DELLE DONNE di Annalisa Crociani
Benvenuti nell’ultimo fenomeno di marketing del cinema hollywoodiano (e non solo) degli ultimi anni: l’aborto. Mentre l’Italia è infiammata dalle polemiche (tutte politiche, checchè se ne dica) pro e contro l’aborto, l’industria hollywodiana, sempre attenta alle ultime “mode”, usa questo spinoso argomento per produrre film ad hoc. La novità sta però nel taglio indipendente. Inaspettato. Ecco così spuntare film diretti da molti uomini e pochissime donne. È il caso di Waitress, ricette d’amore, commedia di Adrienne Shelly (nella foto) e di Juno, film erroneamente eletto ad anti-abortista da molti cattolici. Il regista indipendente, nonché blogger, Jason Reitman, dirige in realtà una pellicola leggera ed equilibrata, nella quale la sceneggiatura, scritta dallo stesso Reitman, assegna il potere assoluto di decisione sulla vita del bambino che sta per nascere alla giovanissima madre, che affronta la gravidanza e la scelta di non abortire, ma di affidare il figlio ad un’altra famiglia, con disincanto e sicurezza.
L’Europa, come spesso accade, segue a ruota l’America elevandosi però in qualità. Arrivano così pellicole come 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni del romeno Cristian Mungiu, vincitore della Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, che affronta il tema dell’aborto clandestino nella Romania di Ceausescu, evitando facili forme di patetismo, con uno stile secco e asciutto, che però nel finale non resiste alla tentazione di mostrare il feto morto. Anche l’italiana Federica Pontremoli nel 2002, si era cimentata in un film leggero e semplice sull’interruzione di gravidanza. Il suo Quore affronta con ironia un problema importante: quello dell'aborto e della solitudine in cui può trovarsi una ragazza madre nella sua scelta. Molti (cattolici in testa) hanno voluto vedere proprio in questa bonarietà e mancanza di negatività che circonda i personaggi, un elemento riduttivo del film e un suo limite. Molti ma non tutti…
Il maestro iraniano Jafar Panahi, con il suo Il cerchio aveva in passato trasversalmente affrontato il tema, così come l’inglese Mike Leigh nel suo Il segreto di Vera Drake, nel quale ha tratteggiato con delicatezza e senza paternalismi la figura della protagonista, una casalinga di mezza età che pratica aborti clandestini nella Londra degli anni ’50, per solidarietà, senza chiedere denaro e che, scoperta, verrà arrestata. Da non dimenticare uno dei massimi capolavori del francese Claude Chabrol, Un affare di donne che compie un miracolo assoluto: rappresenta senza giudicare.
Film apertamente contro l’aborto sono Bella, opera indipendente realizzata da tre messicani cattolici di destra e The Re-cycle dei fratelli cinesi Pang. Al centro di quest’ultimo, una madre nubile che ha abortito ed in seguito è diventata una celebre scrittrice, raccontando proprio il suo sfortunato amore per un uomo sposato. Il suo ritorno dopo otto anni, ormai divorziato, evoca quel triste momento e trasforma la scrittura di un nuovo romanzo in una calata agli inferi, dove languono gli oggetti che non servono più, i bambini mai serviti, i morti dimenticati. C’è da giurarci che entrambi diventeranno la bandiera dei nuovi anti-abortisti.
La POESIA DELLE DONNE
Riflessi
Esile e pulita cavità tra i seni
In cui sono cresciuta, madre,
com’eri fatta
quand’eri me?
Avevi i capelli
lunghi, gli occhi selvaggi,
cavalcavi il sabato
in Prospect Park
su una puledra d’argento?
Ti guardavano con insistenza
Tutti i ragazzi bruni di Brooklyn?
L’estate
Che mi raddoppiai e triplicai dentro di te,
nuotavi nella schiuma a Brighon,
più veloce di un delfino?Più snella
di uno squalo?E i tuoi parenti
alzavano le mani al cielo quando
tu sorgevi come una furia
dalle alghe e dai marosi?
Di cosa
Ti sei nutrita? Di cosa
Ti sei dissetata? Ottobre, novembre –
Hai pregato la luna
Quando mi muovevo dentro di te
Come sangue d’autunno?
Di chi erano le dita
Che ti ribollivano dentro? Sferzando
e affaticando il tuo polso maturo?
Piccola, docile madre
Dalle esili mani…Io –
Il veleno vitale
Che le tue ossa hanno espulso:
io ho prosciugato il tuo ventre
dalla follia.
Anita Barrow
iniziativa pubblica delle donne e associazioni per proseguire la
raccolta di firme e testimonianze
a sostegno dell'appello delle donne di Forlì-Cesena in
DIFESA E PIENA APPLICAZIONE DELLA LEGGE 194
lanciato il 16 febbraio scorso.
F I R M A A N C H E T Ucollegandoti a
http://www.PetitionOnline.com/Legge194/petition.html
e conoscere tutti i firmatari già 525 (al 3.3.08)
APPELLO DELLE DONNE DI FORLI’- CESENA
La responsabilità etica delle donne
Dopo il gravissimo episodio verificatosi nei giorni scorsi a Napoli, dove le forze dell’ordine hanno fatto irruzione in un ospedale pubblico, sottoponendo ad interrogatorio una donna che, nella piena legalità, aveva da poco subito un aborto terapeutico, e tutte le altre pazienti ricoverate nel reparto, riteniamo necessario esprimere la più ferma condanna del clima di caccia alle streghe che si sta determinando nel paese sul tema dell’aborto che, lo ricordiamo, rappresenta un dramma a volte dolorosamente scelto.
L’attacco alla legge 194 è attacco ad una buona legge, che ha permesso di sconfiggere la piaga dell’aborto clandestino ed ha contribuito in maniera sensibile alla riduzione del ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Ciò è stato possibile anche grazie all’attenzione e obbligo, che la legge stessa ha posto in capo agli operatori socio-sanitari, di informare e proporre l’adozione di metodi contraccettivi alle donne che si rivolgono con richiesta di interruzione volontaria di gravidanza.
Nel riproporre l'autonomia e la libertà delle donne di scegliere in quanto portatrici di responsabilità etica e morale e soggetti capaci di interrogarsi sul senso e la qualità di quella vita che decidono di mettere al mondo, riteniamo indispensabile che sia garantita la piena applicazione della legge 194 in ogni sua parte, sia attraverso il potenziamento dei consultori, sia promuovendo ogni opportuno intervento e aiuto atto a sostenere la donna nell’esercizio della sua volontà.
Denunciamo inoltre la voluta confusione che ha animato il recente dibattito sull’obbligo di rianimazione dei feti vitali anche in presenza di una decisione contraria della madre, ed auspichiamo che materie tanto delicate e complesse restino fuori dalla disputa elettorale e da ogni possibile strumentalizzazione.
Invitiamo le donne e chiunque ne condivida i contenuti a sottoscrivere questo appello e i mezzi di informazione a promuoverne la più ampia diffusione.
Forlì, 16 febbraio 2008Promotori dell’appello:
UDI
di Forlì,Il Forum delle donne di Forlì,
Gruppo teatrale Malocchi&Profumi di Forlì
voceDonna
di Castrocaro Terme e Terra del Sole
25 novembre 2007
ilgeniodelledonne9
i
n redazione: annalisa crociani, carla grementieri
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
dedicato alle donne che subiscono violenza
Perché 25 novembre?
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNEIl 25 novembre 1960, su una strada di montagna della Repubblica Domenicana, furono violentate e assassinate Mate, Minerva e Patria, le sorelle Mirabal, impegnate nella lotta di liberazione contro la dittatura del generale Rafael Trujillo. Il brutale assassinio provocò una profonda emozione nella nazione e favorì il rafforzarsi del movimento contro la dittatura che di lì ad un anno fu sconfitta. Le tre sorelle, soprannominate Inolvidables Mariposas (Farfalle Indimenticabili),sono diventate il simbolo della lotta alla violenza contro le donne. La data del 25 novembre, dedicata alla giornata Internazionale della violenza contro le donne, fu stabilita nel corso del primo Ecuentro Feminista de Latinoamérica el Caribe, Bogotà, luglio 1981.Nel 1999 l’ONU ha reso ufficiale la ricorrenza proclamando il 25 novembre
LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
Roma, 24 novembre 2007
La manifestazione di Roma del 24 novembre, è stata una giornata di straordinaria mobilitazione e Resistenza delle donne che, se pur
con tante sfaccettature, ha fatto sentire un unico grande grido che ha accomunato migliaia di donne di tutte le età giunte nella
capitale da ogni parte d’Italia assieme alle donne romane, alle donne rom e alle donne straniere, per sostenere l’appello di
controviolenzadonne.org: BASTA VIOLENZA MASCHILE ALLE DONNE!
Sì, le donne sono stanche e arrabbiate per la violenza perpetrata continuamente sul loro corpo e sulla loro mente. L’universo
femminile protesta per il nostro sistema maschilista laddove si mettono le donne in vetrina, le si relega in ruoli stereotipati senza
svelare le grandi risorse che la donna possiede. “Sulle donne una violenza nascosta” enuncia uno striscione, sì, una violenza che si
è insinuata oramai nel nostro sistema con radici profonde.
Le donne si ribellano alla violenza maschile di partner o estranei che negli ultimi sei mesi hanno assassinato 62 donne, 141 l’hanno
scampata sfuggendo alla morte mentre oltre diecimila hanno subito lesioni. I dati sono parziali visto che la stragrande maggioranza
delle donne non denuncia l’aggressione subita anche perché spesso non è consapevole che il proprio partner abbia commesso un
reato perseguibile. Tra gli uomini denunciati solo uno su cento viene alla fine condannato, mentre novantanove restano liberi di
commettere altre violenze sulle donne. Le donne sono arrabbiate e non vogliono più essere strumentalizzate: il corteo non ha fatto
sconti a nessuno, contestando sia le donne di governo che quelle dell’opposizione.
Le donne vogliono una risposta chiara, immediata da parte delle istituzioni e rifiutano ‘il pacchetto sicurezza’. Uno slogan
dichiarava: “Se la violenza è a casa che ce faccio con più polizia?”. Le donne vogliono parlare, discutere, manifestare, proporre
soluzioni per quella che è divenuta un’ emergenza nazionale e gli uomini non devono più far finta di nulla.
Il corteo colorato, fantasioso, arrabbiato ma anche festoso ( è iniziato con un ballo delle ragazzine rom) si è avviato da piazza della
Repubblica intorno alle 14.30 ed è arrivato a Piazza Navona verso le 17.30 percorrendo piazza dei Cinquecento, via Cavour, via dei
Fori Imperiali, piazza Venezia, largo di Torre Argentina.
CIAK /L’OCCHIO DELLE DONNE di Annalisa Crociani
Ci sono film che urlano la violenza, altri che la sussurrano, nascondendola tra le pieghe della quotidianità del “dopo”. Una violenza travestita da rabbia sorda, silenziosa, che scorre rossa nelle giornate e scava precipizi di incomprensioni. E’ il caso di “Il segreto di Esma” (titolo originale: Grbavica), pellicola dell’esordiente Jasmila Zbanic, vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino e candidato al Premio Oscar come miglior film straniero, racconta la difficile esistenza di Sara, figlia di Esma. L’adolescente vive un rapporto difficile con la madre che si ripercuote nei rapporti con i suoi coetanei a scuola. La situazione precipita quando la ragazzina deve recarsi in gita scolastica, quasi completamente gratuita per i figli delle vittime di guerra. Sara è sicura di poter partecipare, visto che suo padre, come le ha sempre raccontato la madre, è un eroe di guerra. Deve solo chiedere alla madre il certificato di morte del padre. Esma si trova in difficoltà: preferirebbe pagare l’intera cifra, piuttosto che rivelare la realtà dei fatti, che lei ancora fatica ad accettare. Ma prima o poi la verità uscirà prepotente proprio dalla bocca della stessa donna e Sara scoprirà dalla violenza dirompente della madre, schiacciata per anni da un terribile segreto, di essere figlia di uno stupro di cui è stata vittima durante la sua permanenza in un campo profughi. Il film oltre che un ritratto doloroso di una Sarajevo post-belllica è anche, come la stessa regista trentaquattrenne afferma “la descrizione di un amore non puro, contaminato dall’odio, dal disgusto, da un trauma, dalla disperazione”. Jasmila Zbanic ha proposto una petizione di legge che dichiari invalide di guerra tutte quelle donne che si sono trovate a subire violenze sessuali in Bosnia durante la guerra.
Un film passionale e struggente, che ha consacrato definitivamente a grande regista la neozelandese Jane Campion è l’indimenticabile “Lezioni di piano” che si è aggiudicato la Palma d’Oro al Festival di Cannes e tre Oscar. Siamo nella Seconda metà del diciannovesimo secolo. Ada, muta dall'età di sei anni, lascia l'Inghilterra, per sposare in Nuova Zelanda un uomo che non ha mai visto. Porta con sé la piccola figlia e il suo pianoforte, ma viene costretta dal futuro marito ad abbandonare sulla spiaggia l'adorato strumento. Per riaverlo sottoscrive un patto erotico con un vicino. Dall'accordo nascerà anche una forte passione. Il marito passa dalla violenza psicologica a quella di fatto. Prima la chiuderà in casa, poi le amputerà l’indice destro impedendole così di esprimere le sue emozioni attraverso ciò che di più caro ha al mondo: il pianoforte. Le resta solo la morte ma lei sceglierà la vita. Costruitasi con l’aiuto dell’amante un dito di metallo, continuerà con tenacia a suonare… e a vivere.
LA POESIA DELLE DONNE
aDonne
frastornate dal silenzio
di storie disturbate
le donne compiono un viaggio
ai bordi del pensiero
accolgono
carezze ed urla
nel ventre delle periferie
Ognuna ha un cognome
e un sogno personale
spesso sono l’uno e l’altro
perdute nell’attesa
Michela Turr
da La Repubblica- Bologna del 7.3.2007
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Kaddija
Kaddija ha messo i pantaloni
Lavora in ospedale
Eppure non ha perso
Quell’’andar
di regina
piccoli passi e mento alto
si affianca nella sera
non mi conosce
eppure riconosce
la sorella
la compagna
la sodale
ecco due donne
andare
nella via insieme
per difesa nell’occidente
di periferia
Carla Castelli
d
a La Repubblica- Bologna del 7.3.2007
in redazione: carla grementieri
a tutte le donne della provincia di Forlì-Cesenadedicato
GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
TAVOLO PERMANENTE DELLE ASSOCIAZIONI CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE DI FORLÌ
Associazioni aderenti al Tavolo contro la Violenza alle Donne di Forlì:
A.MI.QU.VI AMNESTY INTERNATIONAL, ANPI, ANNA LINDH, CENTRO PER LA PACE, CGIL, CIF, CISL, CNA Impresa donna, Comm. ne PO Forli, Comm.ne PO Castrocaro Terme e T.d.S, DONNE DEL MONDO, FIDAPA –BPW ITALY, FORUM DELLE DONNE, KOINE Cittadini del mondo, KOINE Studenti, SOROPTIMIST, SPI-CGIL, UDI, UIL, VOCE DONNA, COOP SESAMO, Ass.ne BUON PASTORE, CITTADINANZA ATTIVA, Coord.Donne FNP CISL.
Dopo aver concluso il ciclo di incontri di sensibilizzazione presso le circoscrizioni di Forlì ed aver assicurato costanti adesioni e presenze alle iniziative realizzate sul tema della violenza dalle singole associazioni aderenti (Amnesty International, voceDonna, Udi), il Tavolo sta ora preparando con FIDAPA la diffusione nelle scuole cittadine della “CARTA DEI DIRITTI DELLA BAMBINA”, per proseguire l’opera di contrasto alla cultura della violenza contro le donne, anche attraverso azioni e progetti educativi che possano correggerla alle radici e promuovere la cultura della legalità, del rispetto, della tolleranza, della parità.
LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
Il Tavolo Permanente delle Associazioni contro la Violenza alle Donne, istituito a Forlì l’8 marzo 2007, ha
espresso nei giorni 23,24,25 novembre il suo secco NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE organizzando
varie manifestazioni (una mostra di dipinti e sculture, incontro dibattito con la stampa) che hanno
avuto il oro epilogo domenica in piazza Saffi. Molto apprezzato l’intrattenimento di tre giovani donne
e tre giovani uomini che hanno letto gli sconfortanti dati sulla violenza alle donne ma hanno anche
cantato e suonato e girato sui trampoli per esprimere la gioia, la fantasia, la forza, la Resistenza delle
donne. Numerose sono state le donne forlivesi, compresa la Sindaca, Nadia Masini e alcune ragazze
rom, che hanno voluto ribadire il loro no alla violenza apponendo l’impronta di una mano su lenzuoli
bianchi e facendo sentire la loro voce con frasi di protesta scritti su foglietti colorati.
DONNE VIOLATE: la strage delle innocenti
Violenza fisica psicologia e sessuale contro le donne in Italia.
Negli ultimi 12 mesi: un milione e 150mila le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito violenza fisica, psicologica o sessuale compiuta per il circa il 70% dei casi dal partner.
Nei primi 6 mesi del 2007: 62 donne uccise, 141 tentati omicidi, 10.338 vittime di lesioni.
1805 casi di abusi o violenza sessuale ( il 20% in più rispetto il 2006.)
6 milioni e 743mila (31%) le donne (dai 16 ai 70 anni) che hanno subito violenza fisica o sessuale nel coro della loro vita.
5 milioni (23%) le donne che hanno subito violenze sessuali.
3 milioni 961 mila (18%) hanno subito violenze fisiche.
1 milione (4,8%) hanno subito stupri o tentati stupri.
Donne che hanno subito violenza e non denunciano il fatto: 93% dal partner, 96% da estranei.
LA VIOLENZA DEGLI UOMINI:
molestie fisiche: 68% estranei, 17% conoscente
stupri: 70% partner ( nel 91% la violenza è ripetuta), 17% conoscente, 6% estraneo
tentati stupri: 38% partner, 27 % conoscente, 9% amici, 8% colleghi, 5% parente
Fonti: Istat 2006 e Viminale 2006-2007
LE PAROLE DELLE DONNE
- La violenza alle donne deve finire. Le istituzioni misure concrete devono allestire.
- La violenza è un veleno. Le donne sono l’antidoto. La violenza sulle donne è la distruzione della speranza.
- Giù le mani dalle donne!
- Chi violenta non è un uomo, ma un animale che è diventato una bestia senza anima.
- Non toccate le donne!
- La violenza sulle donne è violenza a tutta l’umanità. Fermiamola!
- La violenza è ciò che ti può togliere tutto. Anche il respiro
- Basta violenza fallocentrica sulle donne
LE MANI DELLE DONNE
Mani colorate,
mani arrabbiate, mani carezzevoli,
mani fragili, mani forti, mani innocenti,
mani robuste, mani delicate,
mani callose, mani amorevoli,
mani affaticate, mani creative, mani candide,
mani ingenue, mani spossate, mani affettuose,
mani morbide,mani indurite, mani calde, mani sfinite,
mani arrossate, mani flessibili, mani energiche,
mani sincere, mani ardenti, mani esperte,
mani incolpevoli e sapienti…
carla grementieri
ilgeniodelledonne8
in redazione: annalisa crociani, carla grementieri
LE DONNE DA SOLE REGGONO IL PESO DEL MONDO.
RISPETTARE OGNI ESISTENZA
RIGETTARE OGNI VIOLENZA,
ANCHE VERBALE NEI CONFRONTI DI OGNI DONNA….
…LA DONNA NON E’ OGGETTO MA ESSERE PENSANTE...
LIBERE IN STRADA,
AL LAVORO,
ALL’ UNIVERSITA’,
TRA LE QUATTRO MURA DOMESTICHE,
LIBERE NELLO SPAZIO E NEL TEMPO
A FAVORE DI TUTTE LE DONNE PER LA LORO LIBERTÀ
UN FIOCCO ROSA PER UNIRCI TUTTE
PER GRIDARE STOP ALLA VIOLENZA
PER AVERE FINALMENTE VERE PARI OPPORTUNITÀ
PER CONTARE
PER ESSERCI SEMPRE!!!
PER ALTRI SESSANTA ANNI DI DIRITTI.
frasi scritte da due donne il 25 nov.’07 a Forlì durante la manifestazione promossa dalle Associazioni forlivesi in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
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LA RESISTENZA DELLE DONNE di Carla Grementieri
La violenza maschile contro le donne è un fenomeno diffuso in tutti i gruppi e i ceti sociali, non conosce differenze di lingua o di religione. La violenza non è un dato naturale come la pioggia o il terremoto ma un comportamento umano che segna una disparità di potere: una cultura violenta che accetta comportamenti violenti segnati dalla differenza sessuale.
Chi sono i violenti?
Il marito, indicato dal 56% delle donne, rimane il maggior responsabile del disagio femminile. Aumenta il numero degli ex partner (coniugi o conviventi) che raggiunge il 12,20%. Al terzo posto, con il 12%, è segnalata la figura del convivente. Segue la voce altri (suoceri, fratelli. ecc,.) 8%, fidanzato 2%, datore di lavoro 1%.
Risultano al di sotto dell’ 1% le categorie figli ed estranei. Secondo le indicazioni delle donne: l'80% dei responsabili del disagio femminile non presenta anomalie di carattere psico-fisico, il 5% accusa disagi psichici, il 4% risulta etilista e il 2% tossicodipendente.
Il 32% delle donne indica nell’irresponsabilità, il maggior problema del responsabile dei disagi; al 25% sono segnalati violenza/maltrattamenti e assenza di comunicazione.
L’aumento di inquietanti e violenti fatti di cronaca che si svolgono in tutt’ Italia che hanno come vittime le donne e l'aggravarsi della condizione femminile in ambito familiare e sociale per il persistere di una cultura arcaica si traduce sempre più in comportamenti oppressivi, offensivi e spesso violenti da parte degli uomini verso le donne, siano esse mogli, figlie, compagne o colleghe di lavoro.
Le donne dicono basta e chiedono apertamente il rispetto e la tutela propria e dei figli; chiedono sostegno ed aiuto per avere giustizia, per avviare un percorso di vita più civile e per intraprendere rapporti familiari e interpersonali accettabili. Anche molte immigrate, superando i vincoli culturali propri, chiedono aiuto e sostegno nel duplice gravoso percorso di affrancamento e socializzazione.
Questa situazione deve essere affrontata urgentemente con azioni culturali ed interventi anche legislativi che pongano un freno all’aumento di maltrattamenti e violenze psicologiche e fisiche di cui sono vittime, all’interno delle famiglie e fuori, le donne sia italiane che straniere.
Quali i rimedi?
Un insieme di azioni che le forze politiche dovrebbero intraprendere e sostenere, quali:
1) osservatorio nazionale;
2) campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica per favorire il cambiamento culturale e la rappresentazione del fenomeno;
3) campagne di informazione sugli effetti che la violenza produce sulla salute delle donne e sulle conseguenze della violenza sui minori;
4) finanziamenti pubblici per la gestione dei Centri Antiviolenza e Case Rifugio;
5) finanziamenti per progetti di reinserimento socio economico delle donne che subiscono violenza e formalizzazione di protocolli operativi fra enti ed istituzioni;
6) formazione rivolta alle forze dell'ordine, ai servizi socio-sanitari, medici di base, scuola, etc.,
7) campagne di informazione sui Centri Antiviolenza e sul senso del loro agire.
8) istituzione di tavoli permanenti contro la violenza sulle donne
9) sensibilizzazione nelle scuole di docenti e discenti per una cultura non violenta e per il rispetto dell’altro.
10) corsi di autodifesa personale.
CIAK /L’OCCHIO DELLE DONNE di Annalisa Crociani
C’è chi scelse l’emancipazione e morì al rogo; chi la libertà di non sentirsi né uomo né donna e finì violentata e uccisa. Due epoche diverse, due storie vere di negazione della libertà femminile portate sugli schermi cinematografici.
“Caccia alla strega” del 1981 già dal titolo anticipa l’epoca storica in cui si dipana la triste avventura di Eli, una giovane norvegese che torna nel villaggio dove sono vissuti i suoi genitori. Siamo nel 1600. L’ambiente sociale è impregnato di superstizione, di pregiudizi maschilisti, di pessimismo religioso, di sessuofobia. Eli che a quattordici anni è stata violentata dal datore di lavoro, ha abortito e abbandonato il marito che non l’amava, viene accolta nella fattoria di Ingeborg, dove lavorando si costruisce faticosamente una sua indipendenza e sceglie di vivere sola in alcune case abbandonate su un monte. Eli, che è molto brava nell’usare le erbe dei boschi come medicine, intesse una relazione con Aslak che soffre di crisi epilettiche. La gente comincia a mormorare ed Eli viene accusata di stregoneria. La padrona Ingeborg, che prende le difese della donna, rischia il processo e la prigione. Si salva perché è ricca. Eli invece subisce le più umilianti prove: prigione, catene, tortura e infine il rogo, dopo la decapitazione. Una storia senza commenti in cui il desiderio di emancipazione e l’abbattimento delle convenzioni religiose e maschiliste porteranno alla morte una giovane innocente. Anja Breien, la regista, è una delle più conosciute e capaci registe scandinave, che ha proseguito il suo lavoro di denuncia con film sulla forza delle donne e sul loro desiderio di emancipazione. Già in “Husturer”, del 1979, la Breien, aveva raccontato come il desiderio di affrancamento da una società e una cultura maschili riesca ad unire tre nemiche per la pelle.
“Boys don’t cry” è la storia di Brandon-Teena. Brandon sbarca a Fall City, una piccola cittadina del Nebraska. Lo straniero si attira subito le simpatie delle ragazze del luogo, per quell’aria così delicata e quel suo comportamento così gentile. Brendon si innamora di Lana, una ragazza del gruppo e lei finisce per ricambiarlo, finchè non si scopre che Brandon in realtà altri non è che Teena, una ragazza che preferisce vestire i panni maschili e non definirsi sul piano dell’identità sessuale. A quel punto i “machi” del posto (prima amici di Brendon-Teena) ritengono di dover dare una bella lezione alla donna: violenza sessuale e botte finiscono per ucciderla. Alcuni hanno definito l’opera di straordinario impatto emozionale, viscerale, tesa coraggiosa e stilisticamente asciutta. Altri, al contrario, un film “porcata”, noioso e ridondante. Chi abbia ragione poco importa. Ciò che segna le/gli spettatrici/ori è lo straziante viaggio a strapiombo nell'abisso dell'intolleranza, della violenza più cieca. Un film assolutamente necessario, prima ancora che artisticamente valido. Questo piccolo capolavoro, girato negli Stati Uniti dalla giovane Kimberly Peirce (il suo primo e ultimo film) nel 1999 ha il sapore di una di quelle inchieste che raramente appaiono sugli schermi americani e che denunciano la cieca violenza maschile di fronte a donne non “allineate”, che sovvertono lo status quo del potere psicologico e fisico maschile.
LE FRASI DELLE DONNE
alcune testimonianze scritte dalle donne il 25 novembre ’07 a Forlì durante la manifestazione promossa dalle Associazioni forlivesi, tra cui voceDonna, in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
IL RISPETTO PER LE DONNE E’ IL PRIMO GRADINO DI CIVILTA’. COSTRUIAMO RAPPORTI CIVILI TRA I GENERI!
VORREI POTER USCIRE DI NOTTE ANCHE DA SOLA, SENZA AVERE PAURA. LA CITTA’ E’ NOSTRA….RIPRENDIAMOCI LA NOTTE
COSTRUIRE AMICIZIA E SOLIDARIETA’ AIUTA LE DONNE AD USCIRE DAL SILENZIO.
LA GIORNATA DELLE DONNE CONTRO LA VIOLENZA, DOVREBBE ESSERE TUTTI I GIORNI. PIU’ LEGGI, PIU’ SICUREZZA, PIU’ TUTELA…….PIU’ INFORMAZIONE E PIU’ CORAGGIO! SONO GLI ALTRI A DOVERSI VERGOGNARE.
SIAMO SOLIDALI. IL PENSIERO E’ GIA’ UN PASSO AVANTI FA VIOLENZA CHI E’ DEBOLE
SOLO LE DONNE DEBBONO PRENDERE LE DECISIONI CHE LE RIGUARDANO!!!! SIA IN FAMIGLIA CHE NELLE VARIE ISTITUZIONI LA DONNA CHE SUBISCE VIOLENZA, LA SUBISCE DUE VOLTE ……UNA DA CHI LA VIOLENTA, DUE DALLO STATO
TREMATE, TREMATE, LE STREGHE SON TORNATE
OLTRE 40 ANNI FA MANIFESTAVO CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE.
OGGI 25/11/2006, SONO ANCORA QUI PERCHE’ UNA DONNA SU CINQUE SUBISCE VIOLENZA!! MA QUANDO SARA’ CHE L’UOMO CAPIRA’ DI ESSERE UN CARNEFICE?